Il Tirreno

Mille in corteo: nervosismo e delusione

di Francesca Lenzi
Mille in corteo: nervosismo e delusione

Pochi cittadini a manifestare insieme ai lavoratori siderurgici. Timore per il futuro e incertezza: «Ora ci dicano la verità»

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PIOMBINO. Più o meno un migliaio, che da largo Caduti sul lavoro hanno sfilato ieri mattina sino al porto. Mille volti, mille nomi, mille ragioni per essere lì a manifestare contro l’ipotesi chiusura della Lucchini.

Perlopiù operai, dentro le tute da lavoro. Operai dell’acciaieria, ma anche della Magona. Impiegati, pensionati, dipendenti di altre aziende, come la Sol. Poi alcuni rappresentanti politici e qualche cittadino. Pochi in realtà, quasi nessun giovane.

Il ritrovo in largo Caduti sul lavoro è alle 9. Pian piano il corteo si ingrossa, ma non abbastanza. Non come lascerebbe supporre il momento di estrema gravità che attraversa lo stabilimento. «Non me ne sono persa una di manifestazione e sono qui anche oggi – afferma Renzo Pasquini, ex operaio in Magona, ora pensionato – No, non sento questo sciopero come l’ultima spiaggia. Anche se siamo pochi e l’entusiasmo è meno, la volontà di lottare c’è ancora». Accanto a chi respira comunque ottimismo, o forse solo speranza, c’è pure chi appare smarrito: «Non sappiamo nulla, non sappiamo dove si va a finire – dice Riccardo Buselli, 38enne operaio all’acciaieria dal 2000, oltre che vigile del fuoco volontario – Sappiamo solo che il 30 settembre l’altoforno dovrebbe fermarsi, se poi ripartirà è un mistero. Siamo probabilmente all’ultimo giro, e a questo punto, di fronte a un’incertezza insopportabile, preferiamo conoscere, nel bene o nel male, la verità. È dal 2008 che viviamo così, senza sapere nulla, e la situazione dentro lo stabilimento va male, con tagli e impianti che non ce la fanno più».

Sono operai della Lucchini, reparto Pre, anche Daniele Pallini, 43 anni, e Gianluca Rombai, 44. «La sensazione è che siamo arrivati alla battaglia finale – sostiene Rombai – Di step ce ne sono stati tanti in questi ultimi cinque anni, compreso quello fondamentale dell’accordo con le banche; ora siamo a un momento decisivo: o si trova una strada o a fine anno ci toccherà, come minimo, un grosso ridimensionamento».

«Siamo pochini certo – afferma Pallini – Purtroppo anche dentro la fabbrica c’è in qualcuno l’idea che tanto prima o poi arriva chi ci salva, mentre spetterebbe a ciascuno di noi tirare fuori ogni tipo di risorsa per affrontare questa stretta finale». «Forse c’è anche un po’ di stanchezza – replica Rombai – Non è sempre facile, e infatti spesso la partecipazione risulta alternata».

Della scarsa adesione allo sciopero parla anche Davide Leonelli, impiegato in Magona dal 1994, coordinatore del nuovo gruppo interno al Pd a favore di Giuseppe Civati: «Ho paura che l’argomento interessi poco alla gente – spiega Leonelli – Secondo me non ci si rende conto delle conseguenze che avrebbe su tutta la città la chiusura della Lucchini».

In una manifestazione povera di partecipazione, soprattutto da parte dei cittadini, ci sono anche felici eccezioni, come quella di un trio al femminile pronto a sfilare insieme agli operai. «Perché siamo qui? Semplice, per manifestare e dare una mano ai lavoratori – afferma con convinzione Ornella Batini, quasi 80enne in splendida forma – Io sono pensionata ma il discorso non cambia, l’intera economia di Piombino è a rischio». «Io non sono pensionata – Interviene Giuliana Cosimi, 44 anni – ma sono qui perché l’occupazione è un aspetto vitale per una comunità». «Se chiude la fabbrica, Piombino muore – dice la 70enne Anna Tafi – Adesso spetta al governo darsi da fare per evitarlo».

Che la crisi siderurgica comprometta la salute anche di altri settori del territorio è chiaro pure dalla presenza allo sciopero di una rappresentanza della Sol. «La Lucchini è il nostro cliente principale coprendo il 60% circa delle vendite – spiega Francesco Masangui – Questa è una manifestazione non solo degli operai Lucchini ma di tutto l’indotto. Siamo arrivati all’ultima spiaggia, si vede anche dal nervosismo che c’è. Purtroppo la questione, sia per carenze politiche che sindacali, è percepita meno rispetto al passato, in particolare dalla cittadinanza, che invece dovrebbe sentirsi coinvolta, perché se chiude la fabbrica gli stipendi in meno, in un territorio come il nostro, peserebbero moltissimo».

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