Il Tirreno

I lavoratori bocciano i piani di Nardi

di Giorgio Pasquinucci

Difesa dell’area a caldo contro qualsiasi ipotesi del commissario di vendita “a spezzatino” dello stabilimento

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PIOMBINO. Nell’affollatissimo capannone dell’ex Dup, si è svolta ieri pomeriggio l’ultima delle assemblee organizzate dai sindacati dopo l’incontro di martedì a Roma con l’amministratore straordinario della Lucchini Nardi. Una grande partecipazione commisurata al rischio che sta vivendo lo stabilimento, che si è conclusa con la decisione di indire una manifestazione, con sciopero venerdì 26 luglio.

C’è poco da girarci intorno. Al sindacato non piacciono almeno tre delle ipotesi presentate da Nardi al governo. Ossia la eventuale vendita dei laminatoi con la promessa delle costruzione di un forno elettrico da 900mila tonnellate («promessa – sottolinea il segretario della Fiom Luciano Gabrielli – perché attualmente non c’è neanche un progetto»

Tantomeno ritiene percorribile - anche se di offerte in tal senso sono arrivare al commissario - della vendita separata dei laminatoi o degli impianti più appetibili. Tra le ipotesi più balzane anche quella di un imprenditore che si sarebbe dichiarato disponibile a prendere in affitto la cokeria, l’impianto in assoluto più nocivo dello stabilimento, fregandosene di tutto il resto.

Il sindacato ha finora scartato l’idea di un forno elettrico con cui sostituire l’altoforno, sia per i riflessi negativi immediati che avrebbe per l’occupazione, sia perché non intravede nell’impianto sicure strategie industriali.

Diversa l’attenzione per impianti innovativi, tipo Corex o Finex, in grado di abbattere notevolmente l’inquinamento e quindi sostenibili finanziariamente dall’Europa e dalla stessa Siemens Vai, che ne detiene il brevetto e che potrebbe partecipare alla sua realizzazione.

«Tutto bene – sottolinea Gabrielli – se non ci fosse un drammatico problema di tempi». A fine settembre, infatti, l’altoforno cesserà la sua marcia per manutenzione, ma – come sottolineano sindacati – senza garanzie tecniche e finanziarie di ripresa. Già a gennaio l’impianto fu riattivato con un mezzo miracolo ed un costo di 16 milioni.

L’altoforno è vecchio, sottoposto a continui sbalzi di temperatura che hanno contribuito alla sua usura. Inoltre marcia con un trend di 1,2 milioni di tonnellate all’anno contro una capacità di 1.8 milioni, mentre i costi non sono proporzionalmente diminuiti. La sua fine equivarrebbe alla fine delle fabbrica ben prima che ci sia il tempo per altre soluzioni.

«Nell’immediato – sottolinea Gabrielli – non c’è che la strada di un accordo commerciale con l’Ilva. Produrre 800 di bramme di qualità, saturare l’altoforno per un periodo provvisorio 12-18 mesi». Prendere respiro, allontanare il dramma sociale che a settembre seguirebbe la chiusura del cuore delle fabbrica.

«A Taranto mancano bramme di qualità - dice Mirko Lami delle Rsu – da trasformare in coils e inviare a Genova e Novi Ligure che producono scatolame, in questo momento molto richiesto». Sarebbero necessarie 800mila tonnellate, ma Taranto non è in grado di inviarne più di 250 mila. «Sarebbe una soluzione provvisoria – incalza Gabrielli – il progetto del Corex-Finex deve restare in piedi, anche se saltasse l’accordo. Ci vogliono dai 24 ai 48 mesi per realizzarlo. Ci sarà forse bisogno della Cigs, ma in compenso manterremo in vita le prospettive dell’area a caldo e produzioni di qualità».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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