Italia
Pressing sul governo: sinergie con Ilva
Senza un accordo commerciale per la fornitura di bramme l’altoforno potrebbe finire per sempre la sua marcia
PIOMBINO. Toni composti quanto fortemente preoccupati nelle assemblee che si sono svolte ieri alla Lucchini. La decisione finale è quella di intensificare le iniziative di lotta e organizzare una manifestazione il 26 luglio a Piombino.
È vero che sul tavolo del ministero dello Sviluppo qualcosa il commissario Nardi ha portato, molto di segno negativo. Durante la gestione pre-commissariale, la Lucchini non ha fatto altro che bruciare cassa, azzerando un patrimonio netto che nel 2008 ora di 970 milioni. E ora tutti gli occhi sono puntati su settembre, quando l’altoforno si fermerà per manutenzioni senza che ci siano garanzie tecniche e finanziare per la sua ripresa.
Già a gennaio i capricci dell’altoforno sono costati in un solo mese all’azienda 16 milioni. Una situazione che difficilmente potrebbe ripetersi. La situazione economica e così pesante che, anche se la Lucchini riuscisse a fare il tanto auspicato accordo commerciale con Taranto per la fornitura di bramme, non avebbe liquidità sufficiente per assicurarsi le materie prime, che dovrebbero arrivare dall’Ilva.
In un mese non c’è stata neppure una manifestazione di interesse ad acquisire lo stabilimento di Piombino con il suo ciclo integrale. Il commissario Nardi ha lavorato in silenzio, facendo di tanto in tanto presenti le difficoltà a sindacati e istituzioni, attorniato da un gruppo dirigente sempre parco nel diffondere notizie.
Le uniche che sono circolate in azienda riguardano uno studio commissionato dalla Lucchini per valutare la fattibilità di un’acciaieria elettrica. Misure, valutazioni delle portata degli impianti di sollevamento sarebbero state fatte nel capannone dei convertitori. Ma è questa una ipotesi già bocciata dal sindaco Anselmi: un impianto troppo rumoroso, troppo vicino alla città. Per la Lucchini, si capisce bene, si tratterebbe di risparmiare molti soldi e tempo, anziché progettare un forno in Padule, magari cogliendo l’occasione per eliminare alcune distorsioni logistiche e liberare terreni.
«Quel che di certo c’è – sostiene comuque il segretario provinciale della Fiom Luciano Gabrielli – è la fermata dell’altoforno a settembre con la vaga promessa di un’acciaieria elettrica, che pur porterebbe con sé pesanti ripercussioni sull’occupazione». Quanto tempo occorrerebbe poi? Ormai i tempi di vita dell’Afo e quelli necessari eventualmente a realizzare un forno elettrico sono profondamente sfalsati.
C’è poi la partita degli impianti innovativi, Corex Finex che sia, che potrebbe trovare un apprezzamento e finanziamenti in Europa. Ma anche in questo caso occorrerebbero 48 mesi per costruire l’impianto, circa 350 milioni ed un imprenditore che se ne assuma il rischio, come ha chiaramente sottolineato Nardi a Roma.
Cure a lungo periodo che rischiano di trovare il paziente già morto. A breve, dunque, tutto sembra affidato alla possibilità di fare subito un accordo commerciale con Taranto per la fornitura di bramme che, trasformate in coils, alimenterebbero Genova e Novi Ligure.
Il sottosegretario De Vincenti si è impegnato a portare a fondo questa verifica convocando i commissari, ma i ritardi nella nomina di Bondi lo hanno finora impedito. «Sto facendo quello che posso anche in queste ore – afferma il sindaco Anselmi – come sono abituato da anni a fare, molto di più di quanto in una vicenda così complessa competa al sindaco. Ma è quello che sento giusto. Ora più che mai le risposte toccano al governo».
«Ho incontrato Epifani e Colaninno – dice l’onorevole Velo, promotrice anche di un ordine del giorno per sollecitare la convocazione di un tavolo con i due commissari – Sto cercando di coinvolgere tutti in questa vicenda che avrebbe ripercussioni sociali ed industriali enormi».
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