Sicurezza
Economia, segnali di mutamento
I fermenti nuovi della Val di Cornia nella fotografia in movimento dei ricercatori del Sant’Anna
PIOMBINO. È una fotografia in movimento quella scattata dalla scuola superiore di Sant'Anna sulla realtà sociale ed economica della in Val di Cornia. Molti i nodi che stanno per venire la pettine, come ieri ha sottolineato il sindaco Gianni Anselmi durante la presentazione del report intermedio dello studio commissionato dai comuni nella giornata piombinese del Festival “Quanto Basta”. A cominciare dall'attuazione del decreto che riconosce Piombino come area industriale di crisi complessa, per passare dalla imminente presentazione del piano industriale della Lucchini da parte del commissario straordinario Piero Nardi e del piano d'azione per la siderurgia del vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani.
Chi dalla presentazione di questo primo report pensava di trarre indicazioni definitive sullo sviluppo verso il quale Piombino e la Val di Cornia si debbono incamminare è probabilmente rimasto deluso.
Partendo da dati conosciuti (la realtà della Val di Cornia è stata ampiamente studiata un questi anni) i ricercatori della scuola superiore Sant'Anna si sono piuttosto dedicati ad individuare le dinamiche in movimento su sette settori fondamentali: l'acciaio, l'agricoltura, l'industria, le infrastrutture, genere e partecipazione, migrazione e società, turismo, ricercando di ciascuno i punti di forza e di debolezza.
«Un romanzo che si sta scrivendo mentre la trama si sta svolgendo», ha efficacemente definito Alberto Pirmi, ricercatore di filosofia politica dell'istituto Dirpolis. La siderurgia, pur con tutte le sue incertezze, rappresenta ancora l'ossatura identitaria ed economica fondamentale di Piombino e della Val di Cornia.
«La riproposta in termini tradizionali del dibattito sulla diversificazione – ha sostenuto Pirmi – rischia di rivelarsi concettualmente, strategicamente e operativamente obsoleta, specie se finisse solo per immaginare una “fuga” dalla siderurgia ed una diversificazione pur che sia verso qualche settore di moda oppure verso la fragile alternativa del turismo».
E a quale tipo di siderurgia Piombino ambisce lo ha precisato il sindaco Anselmi: «Non una semplice e difesa dell'area a caldo così come è ma puntare all'innovazione – ha sostenuto facendo riferimento anche all'azione intrapresa a livello europeo nel recente incontro con lo staff di Tajani a Bruxelles – per non correre il rischio di inceppare il meccanismo con un industria che occupa suolo e presenta forti rigidità logistiche».
Una presenza ingombrante, quella dell'industria, sebbene al momento insostituibile, che ha i suoi riflessi negativi sullo sviluppo del porto, ad esempio, comprimendone gli spazi.
I ricercatori hanno posto tuttavia l'attenzione sui “segnali deboli” o “fermenti locali”, come ha preferito definirli la dottoressa Anna Loffredo, che guardano alle opportunità logistiche del porto, al fenomeno del vino, agli itinerari enogastronomici, al turismo sportivo e a quello del benessere con il termalismo. Una realtà che secondo Giampiero Ticciati, fondatore del Camping l’Orizzonte, potrebbe essere ulteriormente spinta da investimenti con forme di capitale diffuso.
Tutto questo fa intravedere un diversificazione in atto, che, come ha spiegato Giulia Lazzeri, che all'interno della ricerca si sta occupando più da vicino della manifattura, si coglie anche nell'imprenditoria. «Ci sono imprese che si stanno staccando dalla siderurgia, che ricercano nuovi mercati e nuovo clienti e che lavorano anche sull'estero». Una realtà che chiede di essere aiutata - secondo le molte interviste fatte dai ricercatori - con la creazione di reti di assistenza.
E rispondendo ad a una sollecitazione di Emanuele Bravin, rappresentante della Confindustria, che ha sottolineato come intorno alla siderurgia si sia non sviluppate eccellenze di livello internazionale nelle imprese, che hanno però bisogno di visibilità e di essere messe in rete, Alberto Pirni ha evidenziato che il fatturato delle imprese è passato dal 90% di dipendenza dalla Lucchini al 15%, anche in relazione ad una sua consistente diminuzione. Un settore che, ha ricordato Emanuela Minelli della Cna, «ha già perso comunque 400 posti di lavoro e a giorni rischia di perderne altri».
Tuttavia uno dei problemi è rappresentato dalle dimensioni piccole di queste imprese e della loro quasi totale dipendenza dalle forniture dall'esterno, ha ricordato Pirni.
Una parte significativa dell'attenzione dei ricercatori si è concentrata sull'agricoltura, che secondo Francesco Maria Todisco ha soprattutto bisogno di marketing. «La Val di Cornia – ha sostenuto – ha l'esigenza di una presentazione all'esterno, non solo con un logo. Oggi non si vende solo il prodotto ma la storia culturale e produttiva del territorio».
La ricerca di un brand che, ad eccezione del vino, in Val di Cornia manca. Come è debole nel settore del turismo del resto, nonostante anche in questo caso di “fermenti locali”. Come quelli indicati ad esempio da Alessia Belli bel settore dei beni culturali e dell'archeologia in particolare.
«Sono già presenti forme di collaborazione con università americane, un afflusso di persone richiamate dagli scavi di Baratti-Populonia che possono innestare un circuito economico promettente con la società dei Parchi», ha sostenuto la ricercatrice, rivelando una parte di quel turismo di qualità forse finora sottovalutato.
Per il momento dunque dal Sant'Anna quello che viene è una analisi dei movimenti in atto in Val di Cornia, spesso impercettibili, ma se compresi densi di indicazioni ad un territorio che forse non basta più, come è tornato a sottolineare il sindaco Anselmi, ma che ha bisogno di guardare all'Alta Maremma e all'Elba per riunificare la sua identità e la forza della sua immagine e le sue prospettive.
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