Il Tirreno

Lucchini ed Ilva, un unico destino

di Giorgio Pasquinucci
Lucchini ed Ilva, un unico destino

Le ultime vicende di Taranto rimettono al centro delle rivendicazioni sindacali le sinergie nella siderurgia italiana

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PIOMBINO. Giorni decisivi per il futuro dell’intera siderurgia italiana, con al centro, anche se per situazioni diverse, l’Ilva e la Lucchini. E nel vertice che si è svolto ieri pomeriggio tra il ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato, il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, il sindaco di Taranto Ippazio Stefano con i i vertici dimissionari dell’Ilva (il presidente Bruno Ferrante e l’ad Enrico Bondi) è emersa con forza la richiesta di una estromissione della famiglia Riva dalla proprietà dell’azienda e la nomina di un commissario straordinario. Una situazione che sì è determinata dopo il sequestro di 8,1 miliardi di beni dei Riva e le successive dimissioni del cda.

Una necessità sostenuta anche dal segretario nazionale della Fiom Maurizio Landini che ieri ha chiesto un intervento diretto dello Stato, a carattere straordinario – già previsto dal decreto Ilva – che «ne muti l’assetto proprietario». Ed un intervento del governo lo ha chiesto, parlando da Terni, anche il segretario del Pd Guglielmo Epifani, che ha esteso il campo alla necessità di una politica industriale. «La questione delle acciaierie – ha detto il segretario del Pd – è forse oggi in Italia la crisi più profonda perché, in realtà, è una grande infrastruttura di base che serve a tutta l’industria italiana. Per questo il futuro di Terni, la situazione difficile non solo di Taranto ma di tutti gli stabilimenti Ilva e quella della Lucchini di Piombino, cioè tre grandissime realtà degli acciai italiani , oggi richiede da parte del governo una particolare attenzione».

È sempre più evidente – come hanno sempre sostenuto anche i sindacati locali – che dall’attuale crisi non si esce senza un piano complessivo della siderurgia. «È chiaro che nella discussione sul futuro di Taranto vogliamo essere anche noi – sostiene il segretario provinciale delle Fiom Luciano Gabrielli – Dobbiamo spingere perché si realizzino sinergie tra gli stabilimenti siderurgici italiani, come abbiamo chiesto al ministro Zanonato al termine della manifestazione del 7 maggio a Roma».

Al di là della soluzione che sarà data agli assetti proprietari dell’Ilva, lo stabilimento di Taranto dovrà ridurre le sue produzioni a circa 8 milioni di tonnellate, contro una capacità degli impianti di 12 milioni, per adeguarsi all’Aia (Autorizzazione integrata ambientale). E gli altri stabilimenti del Gruppo Ilva, Genova e Novi Ligure, (i cui lavoratori erano presenti alla manifestazione del 7 maggio), potrebbero trovarsi in grave difficoltà per l’approvvigionamento di coisl.

Nel contempo l’altoforno di Piombino è forzatamente costretto dalle difficoltà di mercato a marciare al 60% della proprie capacità. E la colata continua per bramme, da cui potrebbero essere ricavati i coils da spedire a Genova e Novi Ligure, è ormai ferma da tempo, ma potrebbe essere riattivata con un investimento dal costo relativo.

Il tema delle sinergie sarà dunque sicuramente al centro del tavolo sulla siderurgia convocato da ministro Zanonato per venerdì 31 maggio.

Se è vero – come sostengono i sindacati – che il futuro di Piombino è legato alle possibili sinergia, è evidente l’interesse con cui si guarda alla soluzione che sarà adottata dal governo per Taranto.

E sulla siderurgia italiana ieri si è espresso anche il vice presidente della Commissione europea Antonio Tajani, consigliando di aspettare i provvedimenti che presenterà l’11 giugno. «Sarebbe un errore gravissimo – ha detto Tajani – deindustrializzare l’Europa e l’Italia. Rimango a disposizione del governo italiano, precisando che il piano dell’acciaio che non è solo per l’Ilva, è in corso di elaborazione e rappresenta un messaggio forte per l’Europa che crede nell’acciaio».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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