Il Tirreno

LA PAROLA AI LETTORI

FABBRICCIANE Si vogliono premiare gli abusi edilizi Ho letto l'articolo che avete pubblicato sabato 20 aprile. Non ho capito perchè il signor Gelichi si preoccupi così tanto delle Fabbricciane...

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FABBRICCIANE

Si vogliono premiare

gli abusi edilizi

Ho letto l'articolo che avete pubblicato sabato 20 aprile. Non ho capito perchè il signor Gelichi si preoccupi così tanto delle Fabbricciane dimenticando altri siti come la valle dei Ghiaccioni (oltre il terminal dei bus) quella a monte di San Rocco, quella di Montecaselli, ecc. Queste ultime zone sono vicine alla città e consentono di essere raggiunte con poca spesa e gli operai possono lavorare il loro orticello per trarne un po di frutta e verdura non certo per investire nella costruzione di villette? Penso che una escursione a piedi la abbia fatta almeno fino alla Sedia, sopra i Ghiaccioni, e abbia visto quel poco di verde che è rimasto, chiuso da recinzioni da paura che sono le degne cornici di baracche che nulla hanno da inviare alle favelas.Spero che sia andato a vedere le palazzine in via della Pace e abbia visto le villette in costruzione ai Pozzetti. Ha notato come è cambiata la zona?

Basterebbe cliccare su Google e poi vedere come era. Di solito prima le ruspe demoliscono gli alberi e arbusti poi compare il cemento, e infine si blocca tutto lasciando un paesaggio violentato. Speriamo questa volta non accada. A chi commette degli abusi è già stata data la possibilità di condonarli. Il signor Gelichi intenderebbe, se non ho capito male, premiarli ancora inserendo nel piano urbanistico la possibilità di costruire delle villette! Io sono profondamente contrario ad ogni tipo di condono e auspico che gli addetti comunali intervengano con maggiore severità.

Bruno Laguzzi

(Piombino)

FUSIONE DEI COMUNI

Non va snaturata

la storia del territorio

La sfiducia nelle istituzioni sta serpeggiando anche nell’opinione pubblica locale a proposito delle posizioni prese dal Pd della Val di Cornia a favore del Comune unico. Siccome di promesse e di trovate politiche se ne hanno piene le scatole, anch’io penso che la proposta di formare un Comune unico tra Campiglia e Suvereto, anziché essere una saggia scelta di politica economico-democratica, sia l’espressione di un chiaro interesse di partito improntato alla preparazione di nuovi incarichi destinati ai propri dirigenti. Insomma, più la torta si allarga più c’è possibilità di mangiare, ma si toglierebbero la fame alcuni invitati, non certo tutti noi. Si dice che l’accorpamento dei Comuni potrebbe portare diversi milioni di euro in più a disposizione per cui, accecati da promesse la cui validità è tutta da dimostrare, c’è chi si è convinto che sia meglio sopprimere enti utili alla nostra zona anziché le Province, distanti dai reali interessi delle comunità. Il Pd spinge dunque verso un qualcosa di diverso dalla propaganda fatta nel 2009 che mirava ad unire i nostri comuni.

L’Unione dei Comuni e non il Comune unico manterrebbe infatti la distinzione demografica, il senso di appartenenza a un campanile, senza provocare un sicuro declino di decine e decine di valide seppur affannate amministrazioni. E poi, alla fine, non ritengo giusto il proverbio che dice “i più tirano i meno”: da vecchio campigliese, insomma, non vorrei veder modificato il nome del Comune in cui sono nato e, da attuale residente suveretano, non vorrei si cancellasse l’identità di un paese millenario. Riconosco che questo sentimentalismo strida molto con la crisi attuale, con le scelte da prendere, ma credo che, al di fuori da tutto questo, si debba e si possa cercare di mantenere l’autonomia e la dignità di ciascuno, creare un’unione funzionale che garantisca il futuro a ciascuna comunità senza snaturare la storia, il territorio e le abitudini dei suoi abitanti.

Piero Lisini

(Suvereto)

RICORDO

Grazie per quelle

lezioni di vita

Ci accostammo al mondo dei numeri con l’ambivalenza degli adolescenti; affascinati dalla ricerca delle certezze, della chiave logica dell’armonia dell’Universo, nell’entusiasmo della scoperta di ciò che non si conosce ancora; tentati nel contempo dalle vie traverse, dalle seduzioni intellettuali, nella verbosità di ciò che si crede di aver capito. Fummo dibattuti, e diventammo alternativamente adepti, della linearità rigorosa delle operazioni matematiche, e dei voli pindarici, nel gioco sintattico delle subordinate. Poi ognuno prese la sua strada. Tutti però apprendemmo che anche una consecutio è misura e proporzione, e l’atto di volontà più incisivo è un’equazione, che ha trovato e risolto le sue variabili. Con lei condividemmo l’affascinante avventura, della testa alla ricerca della sua mente, nella primavera radiosa della nostra vita. Fu nostra complice nelle fatiche e nelle divagazioni dell’età. Il rispetto fu reciproco, mai imposto, e mai recepito come formale obbligazione. Con intelligenza e sentimento non era possibile fare formalismi, o mantenere impostazioni convenzionali, in un ambiente ove il figlio era anche il compagno di classe e l’amico. Fu piuttosto consapevolezza delle regole del confronto, nel processo di approccio alla complessità, ma in realtà, attualmente e infinitamente, e in una dimensione serena, e spesso gioiosa, imparammo dal suo saggio disincanto, mai disgiunto da un pizzico di ironia, che intuisce il confine sottile fra teoria e pratica, fra postulato ed esperimento, di una logica che si contamina nelle incognite contraddittorie della vita e rinforza il suo metodo, analizzando con pazienza gli errori, riapplicando il procedimento, o cercandone uno nuovo. Della scienza più esatta ci insegnò a coltivare il dubbio, nell’autorevolezza che trae forza dalla modestia e dalla tenacia. Da quella matematica interiorizzata, sui banchi del liceo classico, la sintesi del suo insegnamento, la scala mentale che ognuno di noi ha iniziato a salire da allora, secondo la Regola di Cartesio, a “condurre i miei pensieri per ordine, cominciando dagli oggetti più semplici e facili a riconoscersi, per salire, a poco a poco, come per gradi, fino alle conoscenze più complesse, supponendo che vi sia un ordine, anche tra gli oggetti che non procedano naturalmente gli uni dagli altri” .

Dai banchi della vita, che continuiamo a frequentare come allievi, rivolgiamo un pensiero, che ci consola, confidando nella sua soluzione al sublime teorema, che per noi rimane una speranza: “conosco anche in pari tempo che Colui dal quale dipendo possiede in sé tutte le grandi cose alle quali aspiro e di cui trovo in me le idee, e le possiede non indefinitamente ed in potenza, ma in realtà, attualmente e infinitamente, e che perciò è Dio” (Cartesio).

Grazie professoressa Nadi.

La 3ª A del liceo classico

“ Carducci” di Piombino del 1981

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