Attenzione
Addio a Claudio Pallini, grande talento nerazzurro
Scomparso a 57 anni uno dei più forti calciatori nella storia del Piombino Il ricordo di capitan Bianchi: «Persino un arbitro gli strinse la mano dopo un gol»
PIOMBINO. Era uno dai piedi buoni, uno dei più grandi calciatori che si sia mai visto al Magona. Era un grande in campo e fuori dal campo. Un marito e un padre affettuoso. Un amico.
Claudio Pallini aveva solo 57 anni. Se ne è andato in silenzio, vinto da una malattia che non gli ha dato scampo come il peggiore dei terzini di una volta. Di quelli che ti bastonavano senza pietà, senza curarsi della tua classe, del tuo stile, del tuo valore.
Pallini, gloriosa bandiera dell’Us Piombino, è morto ieri mattina nella sua casa, a Campiglia. In punta di piedi, come quando volava sui campi di calcio e sembrava che neanche sfiorasse l’erba; in silenzio, senza clamore, come è sempre stato il suo stile di vita, la sua cifra.
Stamani alle 10 la salma verrà trasportata a Livorno per la cremazione. Sarà l'ultima occasione per rendergli omaggio, per salutare un amico. E di amici ne aveva tantissimi, Claudio.
Ieri, come si è sparsa la notizia, per tutto il giorno è andato avanti il pellegrinaggio a casa sua dove abitava con la moglie Ombretta e il figlio Fabio, venticinquenne.
Claudio Pallini da un paio di anni aveva scoperto di essere ammalato. Allenava gli Esordienti del Venturina quando si accorse che le cose non andavano bene, che aveva come dei vuoti di memoria. E un giorno, mentre era al lavoro (faceva l'autista di pullman all'Atm), ebbe una specie di sbandamento.
Le analisi rivelarono una patologia a livello cerebrale. Claudio si sottopose a un intervento chirurgico a Milano, sostenne una serie di terapie. Dopo un periodo in cui sembrava che le cose stessero procedendo bene, la ricaduta.
Di recente era peggiorato. Non tutti lo sapevano, proprio per il suo carattere riservatissimo. Gli ultimi tempi li ha trascorsi circondato dall'affetto della famiglia e proseguendo le cure, quelle terapie che però non gli sono bastate.
Parlare con i suoi amici, con i suoi ex compagni di squadra ti restituisce tutto lo spessore umano, tutta la grandezza di un eterno bravo ragazzo. Uno di quelli che, quando se ne vanno, lasciano un vuoto enorme. Incolmabile. Quelli che nella loro vita vengono ricordati solo e unicamente per le cose belle che hanno fatto, perché di brutte proprio non vi è traccia.
Questo il Pallini uomo. E poi c'è il Pallini calciatore, impossibile da non ricordare. Quello che ha giocato nell'ultimo, grande Piombino.
Non il Piombino della serie B. Quello di una ventina di anni dopo, della rinascita nerazzurra. Il Piombino anni Settanta, quando la serie C era a girone unico (una specie di B2) e la D era la quarta serie nazionale. Pallini quella serie D la conquistò ben due volte, dalla Promozione, con due allenatori diversi (Barontini nel ’77 e Pazzi nell'83, anche se in quest'ultimo caso si chiamava Interregionale). Il "Palle" era nella formazione da recitare a memoria: Ficagna (Cardinali), Medda, Vivoli….
Erano anni in cui il Magona aveva una tribuna e quella tribuna era sempre affollata. E una gradinata, anch'essa piena di gente. Per le partite di cartello c'erano tifosi pure in curva. Non c'era Sky, non c'erano anticipi e posticipi. Chi non abitava nei grandi centri andava allo stadio a tifare per la squadra della propria città; al massimo con la radiolina incollata all'orecchio, per sentire cosa facevano in serie A.
A Piombino nelle squadre di quegli anni c'erano vecchi mestieranti del pallone, giovani promesse e due fantasisti: uno era Pallini, l'altro Luciano Bianchi.
«Claudio venne dal Campiglia nei primi anni Settanta - ricorda Bianchi - e si vedeva che era un 10 naturale».
All'epoca i numeri avevano un senso e una precisa collocazione in campo. La maglia numero 10 era sulle spalle di Bianchi, ma lui la cedette a Claudio.
«Mi affezionai alla 9 - prosegue Bianchi - e vidi crescere un talento. Destro, sinistro, Claudio aveva davvero una tecnica notevole. Io e lui facevamo le mezzepunte dietro l'attaccante, segnavamo in coppia una media di 20-25 gol a stagione. Lui ogni tanto tirava fuori una perla. Ricordo un aneddoto: una volta fece un gol talmente bello che l'arbitro fischiò e gli tese la mano per congratularsi. Rivedo la scena come se fosse ieri: Claudio era spalle alla porta, fuori dall'area di rigore, i piedi sulla lunetta. Stoppò il pallone di petto e in semirovesciata lo scagliò al sette. Formidabile in campo ma anche fuori. Mai una parola fuori posto, sempre positivo, educato. E allegro: era il barzellettiere del gruppo e quello che riusciva a sdrammatizzare ogni cosa. Una delle persone più belle che abbia mai conosciuto».
Bianchi non lo dice ma in un'amichevole con la Juventus lui stesso fece un gol su punizione a Piloni. Un gol da manuale. Vivoli quel giorno fece impazzire Damiani.
Era davvero una grande squadra. E Pallini ne aveva le chiavi. In mezzo al campo, nel suo bel Magona, correva, smistava, lottava. Con quel caschetto biondo e quei piedi di velluto. E con quel sorriso che ora non c'è più.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
