Il Tirreno

Italian Food a rischio la Cgil è all’oscuro, ma Petti conferma

di Francesco Rossi
Italian Food a rischio la Cgil è all’oscuro, ma Petti conferma

Sui banchi Coop e Conad prodotti col marchio dell’azienda «Solo vendite fittizie» ribatte l’amministratore delegato

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VENTURINA. C’è davvero un rischio così alto di chiusura dell’Italian Food? Pasquale Petti, amministratore delegato e socio insieme al padre Antonio dell’Italian Food, aveva parlato del 99% delle probabilità di chiusura e si era lamentato inoltre delle difficoltà di ingresso presso i supermercati locali.

Sulla perdita dei posti di lavoro dei circa 300 lavoratori, tra fissi e stagionali, Michele Rossi, segretario provinciale della Flai-Cgil, la federazione che rappresenta i lavoratori dell’agroindustria, dice di non sapere niente.

«Ho appreso del rischio chiusura dell’Italian Food dai giornali – afferma – e pur avendo tra gli iscritti dei lavoratori di questa azienda, nessuno di questi mi ha chiamato per chiedermi conto della situazione o per aiutarlo a fronteggiarla. Posso solo chiedere, qualora la faccenda si rivelasse grave per come è stata descritta, di sedermi ad un tavolo con l’amministrazione comunale per conoscere i termini del problema». A proposito della rigidità dei supermercati locali, che avrebbero impedito a Petti di commerciare il suo prodotto, c’è apparentemente qualche dato confliggente.

Alla Coop di Venturina risultano in vendita ben tre prodotti provenienti dall’Italian Food, vale a dire la polpa, la passata e la polpa rustica; tutti e tre presenterebbero in piccolo, insieme al marchio Petti, il logo della Coop, insieme a quello di altri consorzi. Lo stesso vento soffia al Conad, che vende al pubblico, sempre con il marchio Petti e nessun logo in piccolo, due prodotti, la passata classica e rustica.

«Si tratta soltanto di vendite fittizie – afferma Pasquale Petti, – e per due ragioni. Per primo, perché i miei prodotti non sono inseriti negli scaffali insieme alle grandi marche che producono il pomodoro, ma solo tra i prodotti locali ed il mio prezzo di vendita è in proporzione troppo alto. Per secondo, quello che fa la differenza a livello commerciale è la produzione esclusiva per il supermercato. Quello che vorrei è produrre per Coop e Conad con il marchio di questi supermercati. Solo così potrei avere una vendita di bottiglie soddisfacente, che per noi equivale a quota 5 milioni, mentre attualmente la vendita presso Coop e Conad si ferma a solo 200.000 bottiglie». Petti si rammarica poi del fatto che il sindaco Rossana Soffritti si sia detta sorpresa della prospettiva chiusura, pur apprezzando il suo operato, insieme a quello dell’assessore Benedettini e dell’assessore provinciale Paolo Pacini.

«Nell’incontro di lunedì ero stato chiaro: a queste condizioni non avvio una nuova produzione, finisco quella cominciata, pago gli stipendi di aprile e maggio e poi sto fermo almeno per un anno. Anche se è doloroso, preferisco chiudere che far lavorare i dipendenti e poi non pagarli». I problemi dell’azienda sono, tra gli altri, la mancata autorizzazione all’utilizzo delle tensostrutture, indispensabili per accrescere la produzione, ed anche l’uso di spazio per il transito di propri automezzi. «Il parcheggio dietro via Sardegna sarei disposto ad acquistarlo – dichiara Petti, – e visto che nei terreni agricoli si possono costruire celle frigorifero, non mi si può dire che non si possono usare come parcheggio». Queste sono difficoltà che dovrebbero essere superate anche nella rosea ipotesi che il tanto decantato trasferimento a Campo alla Croce cominciasse in tempi brevi. La ragione? Secondo Petti il trasferimento richiederebbe tra riempimento dei terreni, costruzione dei capannoni e trasferimento dei macchinari almeno cinque anni.

E durante questi cinque anni la produzione in via Cerrini dovrebbe continuare in modo ottimale, producendo naturalmente un profitto. C’è inoltre un ulteriore grosso ostacolo. In via Cerrini l’Italian Food dispone di 4 pozzi per lo smaltimento delle acque, mentre a Campo alla Croce non c’è alcun impianto per le acque. Petti riferisce che l’amministrazione si è detta disposta a parlare con Asa di un nuovo acquedotto, in mancanza del quale lo smaltimento dovrebbe avvenire in maniera surreale, con un continuo viavai di automezzi per far smaltire le acque in via Cerrini. In conclusione, a quale cifra si attesta la possibilità di chiusura o comunque di fermo dell’azienda per un anno? «All’80%», conclude Petti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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