Attenzione
L’Elba si divide ancora. Qui il sì non è scontato
Dopo 35 anni arriva al capolinea il progetto di fondere gli 8 comuni dell’isola. Resiste il campanile. «Comanderà Portoferraio». «No, ci guadagneremo tutti»
PORTOFERRAIO - Per fondersi bisogna prima dividersi. Con un’intensità, se possibile, più forte di quella che fino a oggi ha impedito agli elbani di trovarsi d’accordo su come ripartire la tassa di sbarco, su dove prevedere la discarica d’inerti, sull’elaborazione di piani territoriali organici. L’intesa non è stata neppure trovata sull’ubicazione del canile, inducendo la Regione a revocare un finanziamento di 130mila euro. E se anche la grande manifestazione a difesa dell’ospedale di Portoferraio ha regalato l’immagine di un’isola coesa e determinata, domenica e lunedì prossimi gli elbani misureranno la propria vocazione al frazionamento nel referendum sul Comune unico. Se vinceranno i sì, nel giro di un anno sarà eletto un sindaco che dovrà amministrare i 32mila abitanti distribuiti in 224 chilometri quadrati; in caso contrario, resterà la ripartizione in otto comuni, con Portoferraio il più popoloso e Marciana Marina all’ultimo posto per estensione territoriale (5,64 chilometri quadrati) non solo in ambito insulare, ma anche provinciale e regionale.
Si vota? Se lo dice lei... Gli animi, a pochi giorni dalla consultazione, non si scaldano. A Portoferraio come a Capoliveri, a Rio Marina lo stesso che a Porto Azzurro, niente fa presagire lo snodo imminente di fronte al quale si troverà l’Ilva latina, poi ribattezzata Helba prima di prendersi il nome attuale. I manifesti bisogna andarseli a cercare, non s’intravedono crocicchi dove si discute animatamente o si fanno previsioni, alle riunioni dei due comitati contrapposti partecipano poche decine di persone. E tanti, con l’attenzione appuntata alla prossima stagione turistica e l’istinto partecipativo appannato dal tramonto della politica, non si capacitano di dover tornare nella cabina elettorale: «Si rivota? Se lo dice lei...», risponde un dipendente della Toremar seduto al bar del molo. Dipenderà dalla naturale diffidenza verso gli estranei maturata dagli isolani in secoli d’incursioni piratesche, che resiste nonostante il web e la globalizzazione, oppure dal distacco verso una contesa avulsa dai problemi quotidiani? E in effetti l’ipotesi di un flop nella partecipazione è come un’ombra che si allunga su un referendum senza quorum: se a votare fosse solo una frazione di abitanti, quale valenza politica assumerebbe una consultazione che pure viene da lontano e che ha per motore l’indispensabile aggregazione dei servizi per i comuni più piccoli?
I micro-interessi. Il giornalista Sergio Rossi spiega di essere stato tra i primi fautori della fusione, assieme Giuseppe Massimo Battaglini: «La proponemmo nel 1978, alla conferenza di organizzazione del Pci. Ci presero per visionari». All’epoca dominavano già i campanili, tuttora misteriosi nell’ottica di chi guarda all’Elba con i piedi piantati sul continente. E i micro-interessi, aggiunge Rossi, sono pervasivi: «Una gestione centralizzata della cosa pubblica sarebbe meno permissiva, più terza rispetto ai piccoli privilegi del territorio. Logica vorrebbe che gli otto comuni fossero accorpati, visto che alcune sedi municipali distano poco più di un chilometro. Ma si sa, dentro ai pollai ci stanno bene le galline e le martore che ci mangiano...». Un’immagine colorita, però capace di offrire uno spaccato della storia elbana negli ultimi trent’anni, che deve fare i conti con certe diffidenze antiche come le miniere di ferro, alimentate da esperienza e basilari conoscenze di geografia astronomica. Ovvero: un corpo piccolo diviene satellite del vicino più grande. Concetto che Carlo Gasparri, ex campione di pesca subacquea sbilanciato a votare no, scarnifica con incisività esplicativa: «Comanderà Portoferraio, il centro maggiore, dove mancano persino le cassette per le lettere. Per questo, dico: se il sindaco Peria non riesce ad amministrare bene il suo paese, come faranno in una dimensione più grande e variegata come quella elbana?» La conclusione, trascurando analisi su realtà amministrative ben più complesse di quella insulare, consiste in un compromesso all’italiana: «Per ora è meglio fare accorpamenti fino a 3-4 comuni. In futuro si vedrà».
Trasversali ma non troppo. Gli schieramenti sul Comune unico, almeno nelle fasi iniziali, sembravano immuni dalla spaccatura bipolare di cui è affetta la politica italiana. Poi, col passare dei mesi, la classica divisione è andata riproducendosi seppur sfumata, con la sinistra più incline alla fusione e il centrodestra ad essa ostile. Uno degli spartiacque è rappresentato dal rapporto con la Regione, inquadrata dal fronte del No come il regista occulto del processo di accorpamento e bersaglio privilegiato in un territorio da sempre incline al conservatorismo. La riorganizzazione al ribasso dei servizi sanitari, l’accorpamento tra Toremar e Moby rivelatosi sterile quanto a miglioramento dei collegamenti, le croniche difficoltà delle scuole, hanno suscitato proteste eclatanti e mugugni. Anche per questo la figura del commissario alle dirette dipendenze del governatore della Toscana, chiamato a gestire l’eventuale transizione fino all’insediamento del nuovo sindaco dell’Elba, non piace neppure un po’. E in un clima dove poco basta a dare la stura ai luoghi comuni, i sinonimi perdono la connotazione originaria per piegarsi al politichese: «Lei lo chiama campanilismo - avverte Andrea Ciumei, sindaco di Marciana Marina in prima fila per il No -. Sbaglia. È attaccamento al territorio. Le chiedo: nel caso di vittoria dei Sì, chi sistemerà le strade ora provinciali, visto che con l’ente unico diventeranno tutte comunali? E poi le faccio notare che noi abbiamo l’Imu al 2 per mille, Rio Elba ce l’ha al 5, Portoferraio al 4. I miei concittadini dovranno pagare di più solo in nome del Comune unico?».
Ma Roberto Peria, sindaco di Portoferraio, sostenitore del Sì, getta acqua sul fuoco, a partire dai criteri di rappresentatività. Parla di nuove opportunità, di servizi che i portoferraiesi da sempre condividono con gli altri elbani, di finanziamenti aggiuntivi, di esenzione per tre anni dal patto di stabilità. E poi annuncia: «Il Comune unico manterrà un’articolazione in otto municipi. Ma siccome consentirà economie nei servizi, si può arrivare fino a dieci municipalità, aggiungendone due a quelle già esistenti: Procchio e Cavo». A dimostrazione che come per i pitagorici, anche in politica i numeri schiudono scenari inattesi.
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