Il Tirreno

Nozze: importante farle strane, ma con classe

di Melisanda A. Massei
Nozze: importante farle strane, ma con classe

Meno matrimoni e senza troppi omaggi alla tradizione, ma se si decide di farlo l’esperienza dev’essere indimenticabile

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PIOMBINO. Sposarsi meno, e senza troppi omaggi alla tradizione. Non necessariamente per fare economia, ma per un mutamento di approccio che coincide con elementi di carattere sociale e culturale. Sia che ci si sposi in chiesa, sia che si scelga la sala consiliare del comune.

Oppure l’ambiente fascinoso del Castello. Nel 2012 a Piombino le coppie a sposarsi sono state 104: cinquanta in meno rispetto al 2009, una quarantina rispetto al 2010. 72 sono stati i matrimoni civili, 32 quelli religiosi, con una buona quantità di matrimoni misti tra italiani e stranieri. Anche di questi l’assessore Luca Pallini ne ha celebrati parecchi.

«Si tratta di matrimoni – spiega – dove in buona parte dei casi ci si sposa per mettere a posto le carte, cittadinanza e cose simili, il che vale anche per diversi italiani. Logicamente si svolgono con maggiore semplicità, gli sposi, i testimoni e basta». Quando però il matrimonio si celebra perché si ha il desiderio (e anche le possibilità), la parola chiave è l’eleganza. «Nella mia esperienza – prosegue Pallini – ho visto solo una coppia, al massimo due, presentarsi in abiti casual, jeans entrambi. Per il resto abiti classici: sia per l’uomo, con o senza cravatta, e per la donna, ormai veste qualsiasi colore. Di vestiti bianchi tradizionali ne avrò visti un paio». E la location? L’opportunità del Castello (la cifra ammonta a 250 euro) nel 2012 è stata colta da sei coppie. «Scelta solo di tipo estetico, che poi è lo stesso criterio con cui tutti gli altri hanno preferito la sala consiliare, che appare più istituzionale. Al Castello sono venute coppie anche da altre città. Sia ragazzi, sia coppie adulte». Già, il fattore età: che un tempo privilegiava coppie attorno ai 25 anni, mentre oggi sposta il limite dai 30 in poi. «Anche questo, probabilmente, incide molto sul fatto che alcune tradizioni siano venute meno – spiega don Luca Fedi, parroco della chiesa di San Giuseppe Artigiano – Le famiglie di origine sono meno presenti nelle scelte e le coppie hanno consapevolezze diverse e rinunciano volentieri a certi costumi e orpelli per concentrarsi di più sulle cose fondamentali». La stessa impressione che ha maturato fra Guido Fineschi all’Immacolata: «Già nella mia precedente esperienza, a Pisa – racconta – notavo molte coppie per le quali i particolari contavano molto meno e anche quelle che stiamo seguendo con i nostri corsi prematrimoniali sembrano seguire criteri diversi dal passato». I percorsi che le parrocchie organizzano per guidare le coppie verso il giorno del sì sono diversi da chiesa a chiesa. All’Immacolata, ad esempio, il corso prevede cinque incontri più una giornata di ritiro e un colloquio con il vescovo, che risponde alle domande dei futuri sposi. «Quello che ci interessa – commenta fra Guido – è che più coppie seguano insieme il percorso. La sfida, oggi, è far capire che la bellezza della vocazione matrimoniale sta anche nella condivisione. Il cammino, per questo, deve essere sia personale che comunitario».

Molte coppie oggi, in ogni caso, arrivano al matrimonio dopo un’esperienza di convivenza: il che, se condiziona, qualche volta, anche la parte legata all’organizzazione, dal punto di vista del matrimonio religioso pone l’esigenza, spiegano i parroci, «di nuove responsabilità». «Per molti – aggiunge don Luca – la convivenza è lo specchio di una realtà sociale di grande incertezza verso il futuro. La nostra comprensione nasce dall’esigenza di non colpevolizzare i più deboli, queste fasce di giovani, cioè, che se finora non sono riusciti a sposarsi, è perché vivono condizioni di precarietà economica o occupazionale. E alcune situazioni di questo genere hanno dietro storie di grandi sofferenze».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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