Il Tirreno

Il mistero della moria di delfini

di Melisanda A. Massei
Il mistero della moria di delfini

In pochi mesi sono 77 i corpi di cetacei rinvenuti sulle coste: per l’Arpat potrebbe trattarsi di un virus

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PIOMBINO. Alla metà di febbraio erano circa 15. Solamente in Toscana. Più altri 10 in Campania e altrettanti nel Lazio. «Molti» disse Arpat, senza poter forse lontanamente immaginare che di delfini recuperati senza vita sulle spiagge della costa appena un mese dopo se ne sarebbero contati quasi ottanta.

L’ultimo appena due giorni fa, a Piombino, nei pressi di Marina, quando quello precedente era stato recuperato solo un giorno prima all’Isola d’Elba, sulla spiaggia di Pomonte. Un bacino troppo esteso per poter far pensare a un problema di ordine ambientale, il primo elemento a essere escluso dal ministero dell’Ambiente, impegnato nell’indagine sulla moria di cetacei fin dall’inizio di un fenomeno subito apparso spaventoso.

Sì, perché se la cifra di 77 (l’ultima codificata) è senz’altro abnorme: di spiaggiamenti simili, nel corso di ogni anno, se ne verificano infatti pochissimi e sicuramente secondo una cifra molto inferiore a quelle registrate adesso.

«Ricordo un caso simile a inizio anni Novanta - riflette Fabrizio Serena, resposnabile del settore mare dell’Arpat - ma in quel caso gli esemplari ritrovati furono 19. Tutti morti per un’epidemia». E’ possibile che anche in questo caso si sia di fronte a una moria di origine virale? «Probabilmente sì - risponde Serena - Inoltre il delfino è un animale che vive in mare aperto, non si avvicina troppo alla costa, e anche questo è un fattore che limita notevolmente l’interazione con l’uomo e dunque la possibilità di essere contaminato da fattori ambientali».

I quali, dal canto proprio, darebbero certamente anche altri segnali qualora si fossero verificati su una zona così ampia. Fatto sta, specifica il dottor Serena, che fino a oggi riguardo alle origini del fenomeno non ci sono certezze di alcun tipo e che la riflessione legata all’origine virale è per adesso un’ipotesi: secondo un documento messo a disposizione all’Arpat a febbraio, sei degli esemplari esaminati fino a quel momento presentavano tracce del batterio Photobacterium Damselae, che dunque potrebbe essere il primo indiziato sulle cause della terribile moria.

Sempre stando al documento dell’Arpat, la maggior parte dei casi relativi alla Toscana riguarderebbe la parte più meridionale della regione, tra l’Elba e Pianosa: ulteriori fattori che si aggiungono alle indagini attualmente in corso a opera del Ministero, con la collaborazione dell’Istituto zooprofilattico di Pisa e dell’università di Siena e il coordinamento della rete di controllo, appunto, da parte dell’Arpat, che raccoglie anche dati ed effettua analisi sui resti (in particolare quelli che riguardano l’alimentazione di questi animali).

Sempre l’Arpat, però, ricorda: «Gli esami che si stanno attualmente effettuando, anche al Ministero, sugli esemplari ritrovati sono lunghi e costosi. Quello che è possibile assicurare è la prontezza degli interventi di recupero, anche se speriamo di poter dare delle risposte certe nei prossimi mesi». Intanto, l’avvertenza è quella di non toccare assolutamente un delfino morto nel caso in cui si dovesse ritrovare. Occorre invece segnalare il fatto la cosa al pronto intervento della Capitaneria, numero telefonico 1530.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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