Il Tirreno

Sversamenti di olio dall’Ocean Drop Demolizione frenata

di Giorgio Pasquinucci
Sversamenti di olio dall’Ocean Drop Demolizione frenata

L’Autorità portuale invita l’impresa di rottamazione a sospendere i lavori e usare in mare materiali assorbenti

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PIOMBINO. Dell’Ocean Drop, il mercantile entrato in collisione con l’Oglasa l’8 gennaio del 2010, è rimasta solo una parte dello scheletro, poco superiore alla linea di galleggiamento. Per metà in secco sullo scivolo di alaggio del porto dell’Enel, per l’altra metà ancora in acqua, protetta da panne antinquinamento. La cabina di comando è stata invece tagliata e campeggia ora come uno spettro sulla banchina. Dentro ci sono ancora i salvagenti dell’equipaggio e la strumentazione, ultimo documento di quella che un tempo era la vita di bordo.

Alla fine della scorsa settimana, in condizioni meteomarine particolarmente sfavorevoli, dalla stiva sono fuoriuscite sostanze oleose, tanto da che l’Autorità portuale, in accordo con la Capitaneria, ha invitato la ditta che ha quasi completato la demolizione a sospendere i lavori ed a gettare in mare pannelli assorbenti.

«Lo sversamento – afferma Stefano Bianco, responsabile delle sicurezza dell’Ap – è stato comunque modesto e comunque contenuto all’interno della panne antinquinamento che fin dall’inizio abbiamo prescritto intorno al relitto».

L’Ocean Drop è comunque stata un bel pensiero per tutti, per l’Enel, che ha concesso l’uso del suo porto per permettere di liberare le banchine commerciali, e per l’Ap, che ha seguito passo per passo le operazioni della demolizione.

Il relitto era stato acquistato per 70mila euro all’asta predisposta dal Tribunale dalla Soluzione srl di Calstelnuovo Val di Cecina, che aveva anche annunciato la ricerca di una ventina di lavoratori del posto per precedere alla demolizione. L’Autorità portuale, come ricorda Bianco, aveva subito dettato le sue prescrizioni. Nel relitto, oltre che l’acciaio, c’erano legno, lana di roccia, cavi elettrici, olio e combustibile. Tutto da smaltire secondo le regole, ma a quanto pare non c’era amianto.

La Soluzioni srl, pochi giorni dopo l’acquisto, ha tuttavia ceduto l’Ocean Drop alla BM Rottamazioni di Ronco all’Adige (Verona) per circa 90mila euro. In zona non ci sono state le assunzioni promesse, ma solo qualche grattacapo in più, tanto che il fascicolo sull’Ocean Drop dell’Ap trabocca di documenti e foto scattate in ogni fase della demolizione, iniziata i primi di gennaio. Ora che è quasi finita anche qui si tira comunque un respiro di sollievo. C’è stato da capire come e quale destinazione avesse ogni singolo materiale in cui veniva scomposta la nave, oltre a prevedere le misure di sicurezza per il mare.

Un prova generale di quel che potrebbe avvenire con la Concordia? Neanche a pensarlo: l’Ocean Drop era piccolo mercantile di 1.257 tonnellate di stazza che ha rischiato di essere diviso in due dall’Oglasa. Almeno cento volte più piccolo della Concordia. Fino alle settimana scorsa la sua demolizione non ha creato grosse difficoltà, qualche problema in più è arrivato quando le potenti forbici della pala meccanica hanno cominciato ad aggredire la sala macchine. Per l’ufficio sicurezza dell’Ap piccoli sversamenti erano prevedibili, per questo erano state prescritte panne e materiale assorbente a portata di mano.

Ben diverse, ovviamente, le misure che dovrebbero essere adottate per la Concordia, che comunque sarebbero prescritte direttamente dal ministero dell’Ambiente.

Già da oggi comunque, sparito l’alone oleoso, la demolizione di quel che resta della Ocean Drop potrebbe riprendere.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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