Si ride con “Aglien” il cinecastagnaccio firmato Camerini
Domani sera la prima su grande schermo al Metropolitan L’autore: «Un film fatto in casa fra amici votati al martirio»
PIOMBINO. Domani il Metropolitan di Piombino si tinge di fantascienza. Anzi di “fantascemenza”, come si legge nei volantini che pubblicizzano l’evento.
Alle 21, a ingresso libero, va in scena la proiezione di “Aglien”, parodia del capolavoro datato 1979 e diretto da Ridley Scott. A firmare il quasi omonimo con la “G” nel mezzo è la Grezzofilm, che insieme alla Colorado Film distribuisce il film nato dalla fantasia di Andrea Camerini. All’iniziale presentazione, seguirà un po’ di materiale a sorpresa, quindi la visione di “Aglien”, alcuni extra e il saluto finale del cast al pubblico.
Piombinese, 39 anni, Camerini sceglie la città nella quale è nato, e dove torna appena il lavoro glielo permette, per mettere insieme gli episodi di “Aglien”, finora ammirati solo in rete. L’atrio del cinema Metropolitan respira già i deliri della parodia firmata Camerini: un angolo del foyer regala uno scorcio di “Aglien”: un ciak delle riprese, un manichino in lattice, il costume del mostro, le uova della creatura, un casco, il piccolo alieno, e il modellino dell’astronave (chiamata “Nostronzo”, quale omaggio al più illustre e serioso “Nostromo” di Scott) copia verosimile e affascinante, realizzata, tra le altre cose, con bicchierini di plastica e vasetti di yogurt.
È domenica mattina, giornata fredda ma soleggiata, quando Camerini ci ospita per un’intervista. La location è lo scantinato sotto il ristorante di famiglia, a Baratti. Appena si entra ci accolgono quinte cinematografiche e oggetti scenici: la protesi di un seno e il busto villoso di un manichino, una sedia da astronauta e pannelli per l’antro del mostro, creati con alcune reti da pollaio e polistirolo espanso. «Un brevetto mio, eh», rivela il papà di “Aglien” che parla e mostra, spiega e invita a guardare strumenti e spazi, messi insieme con passione e creatività, e un pizzico di sana follia. «Mah, per ora gran parte della roba resta qua, poi vediamo, anche in base ai futuri progetti. Però via non vorrei buttare niente».
Come nasce “Aglien”?
«Il progetto ce l’avevo in testa dal 2008, dai tempi di Grezzofilm, ma è stato interrotto dal lavoro di autore alla radio a Milano. Intanto però, nel tempo, ho raccolto oggetti curiosi per la scenografia, per la disperazione dei parenti, tra lavatrici e fotocopiatrici dismesse e tubi raccattati dalle discariche. Per non parlare dei costumi, per i quali ho messo pure mamma a cucire. Diciamo che è stata un’operazione sociale, un esperimento già di per sé spaziale, che ha messo insieme un gruppo di amici votati alla deficienza e al martirio».
Quando è stato girato?
«A luglio scorso: 25 giorni in tutto, nei week-end, in un periodo tra i più caldi del pianeta. Con le luci e i faretti ci saranno stati 45 gradi. Il Marmugi indossava il mio piumino invernale adattato, che a un certo punto non gli si staccava nemmeno più di dosso. E che dire di chi indossava il costume da mostro? Una vittima sacrificale dentro una muta da sub che non si poteva neppure sedere per colpa della coda».
Perché proprio una parodia di “Alien”?
«È il mio film preferito. L’ho visto al cinema con i miei. Il mio babbo, appassionato di “Guerre stellari” pensava fosse il sequel. La mamma mi ha tappato gli occhi per quasi tutto il film, ma l’atmosfera, i colori e quel suono da paura mi sono rimasti dentro».
Che film è “Aglien”?
«Un tributo alla creatività e alla buona volontà. E alla pazienza di parenti, carabinieri e bagnanti che ci vedevano in estate vestiti da astronauti. Ho messo in campo tutto quello che sapevo come artista, preferendo la normalità alla computer grafica».
Com’è entrata in gioco la Colorado Film?
«All’inizio siamo partiti senza sponsor; poi mentre il progetto prendeva corpo hanno cominciato a girare in rete le prime scenografie, e con loro è arrivato l’interesse di alcuni soggetti, che però avrebbero voluto imporre idee e dettagli tali da snaturare l’essenza di “Aglien”. La Colorado Film invece ha accolto il progetto con entusiasmo, lasciando carta bianca».
Perché presentare il film a Piombino?
«Perché è la mia città, teatro dei miei scempi e malefatte. Per me essere qui con “Aglien” è come un battesimo, e allo stesso tempo un tributo dovuto. Vivo in uno dei posti più belli del mondo, dal quale rubo tanto, e mi sento sempre un po’ in debito a causa delle cavolate che ci faccio, come alcuni corti della Grezzofilm. Al Metropolitan poi ci andavo da bimbetto, e solo entrare in cabina l’altro giorno, per provare la proiezione, mi ha emozionato. Nascere disegnatore, grazie a una maestra che strappava gli schizzi di un bambino già votato alla ribellione. La prima vignetta al Vernacoliere, i corti, la partecipazione a “Crozza Italia”, le sigle di “Striscia la notizia” e la radio con “La carica dei 101”. Tante soddisfazioni che non mi allontanano da Piombino. “Aglien” è la mia risposta ad “Acciaio”, perché per me Piombino, in certi momenti e in certi posti, è bella da fantascienza».
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