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Carcere, ora è un vero allarme

Carcere, ora è un vero allarme

Baldi (Dialogo): «Niente lavoro e soldi per i detenuti, le condizioni di vita non sono accettabili»

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PORTO AZZURRO. Solo pochi anni fa era una struttura che il resto dell’Italia invidiava all’Elba. Un carcere modello, dove i detenuti, grazie al lavoro, artigianato e scuola, potevano intraprendere percorsi di riabilitazione ben organizzati. Per qualità della vita dei detenuti, insomma, Porto Azzurro era di certo una delle migliori strutture carcerarie in circolazione. Sono passati solo pochi anni e questa tradizione è stata cancellata, almeno a sentire i continui allarmi che, in modo frammentato, arrivano dall’interno del carcere. Un carcere dove vivevano mediamente 280 detenuti è arrivato ad ospitarne il doppio, mentre gli agenti penitenziari sono rimasti pressoché gli stessi. E i tagli hanno ridotto al lumicino la possibilità di lavoro, la vera motrice dell’istituto elbano. Licia Baldi, presidente dell’associazione Dialogo, attiva all’interno del carcere da quasi trent’anni, traccia un quadro a dir poco allarmante delle condizioni di vita nella struttura.

Lavoro. «Della riabilitazione ormai non c’è più traccia». Licia Baldi parte dal lavoro per raccontare quanto sta accadendo a Porto Azzurro. «Il detenuto non ha più modo di mettere da parte neanche pochi spiccioli – racconta – la falegnameria è chiusa, non c’è più il giornale che aveva reso famoso l’istituto, niente rilegatoria. Niente di niente. Una cinquantina di detenuti sono impiegati part-time per lavori domestici, 5-6 nel panificio aperto da poco. Il risultato? Non hanno mai soldi. I detenuti escono in permesso senza avere neanche un euro per poter telefonare, per comprarsi qualcosa da mangiare. Pochi giorni fa sono andata io stessa in rosticceria per comprare qualcosa da mangiare a un detenuto. Non mi era mai capitato in tanti anni».

Scuola. Il lavoro non è però l’unico nervo scoperto. «Anche la scuola negli ultimi anni sta soffrendo a causa dell’inadeguatezza dei locali e per gli accorpamenti – racconta Baldi – basti pensare che nella prima ci sono 41 alunni e, invece, le classi terze, quarte e quinte sono accorpate. Tanti i detenuti lasciano gli studi».

Igiene. Tre rotoli di carta igienica ogni due mesi. È questa, secondo quanto segnalato a Licia Baldi, la dotazione per ciascun detenuto. «Non sono messi nelle coindizioni di lavarsi – racconta la volontaria – tant’è che c’è la continua richiesta da parte di chi opera all’interno del carcere di saponi, schiume da barba, prodotti per l’igiene personale».

Condizioni di vita. Il sovraffollamento ha mutato in tempi fulminei le condizioni di vita all’interno del carcere. «Non ci sono più celle singole – racconta Baldi – non c’è più modo per studiare o per leggere. Tra gli ospiti sta crescendo un preoccupante senso di abbandono. Anche il cibo è poco e, pewr qualità, è peggiorato rispetto al recente passato».

Situazione esplosiva. Ciascun dettaglio, letto in un quadro di insieme, rende allarmanti le condizioni all’interno della struttura, dove agiscono quattro educatori, a fronte di una polazione detentiva di poco inferiore alle cinquecento unità Gli agenti sono pochi, così come è scarso il personale sanitario in servizio. Di notte, ovvero dalle 22 alle 7, non c’è un infermiere di turno, tanto che il medico - da solo - si trova a gestire eventuali emergenze. Anche gli psicologi in forza alla struttura, purtroppo sempre più richiesti, sono ridotti al lumicino. «Quel che è più grave – aggiunge il presidente dell’associazione Dialogo – è che il detenuto non viene ascoltato da nessuno e si moltiplicano i casi di depressione. Quello che sta accadendo, purtroppo, non ha niente a che fare con la civiltà».©RIPRODUZIONE RISERVATA

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