Il Tirreno

«Acqua, falde a rischio per le cave»

di Cecilia Cecchi
«Acqua, falde a rischio per le cave»

Legambiente attacca i nuovi progetti per impianti lungo il corso del fiume Cornia in zone già danneggiate

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SUVERETO. Lotta all'inquinamento, alla distruzione della vegetazione riparia, sempre in difesa delle falde acquifere dell’intera Val di Cornia.

Legambiente è per questo che si schiera - ancora una volta - contro le cave che si trovano a ridosso del fiume Cornia.

Raggiungere l'impianto in questione - tenuto sotto stretto controllo da Legambiente ormai da lunghissimo tempo - è per altro uno spettacolo (di natura).

Perché la campagna che s'incontra tra Campiglia, Suvereto e Monterotondo è davvero quella che si "legge" nei depliant promozionali della Toscana: ma con campi, purtroppo, molto spesso abbandonati e ormai più resort che case coloniche abitate.

L’impianto di frantumazione della cava si trova a una diecina di chilometri da Suvereto, proprio a ridosso del fiume, ed è ben visibile dalla strada principale.

L'area della cava, arrivata ormai quasi alla chiusura, è posizionata un po’ più a nord.

«Quando siamo vicino alla cava vera e propria ce ne accorgiamo subito, ci sono delle querce ormai secche – mostra Adriano Bruschi, responsabile di Legambiente Val di Cornia – come sembrano davvero spianate e in difficile ripresa le aree dove sono già stati fatti tutti gli scavi precedenti».

Ed è vero, le piante sono lì a testimoniarlo. La zona si raggiunge facilmente.

Non c’è nessuno in giro, né persone a lavoro.

C’è una strada ribattuta che unisce tutti i cantieri della cava e corre proprio lungo il letto del fiume Cornia ( qui la vegetazione riparia proprio non esiste più): tanto che, passando, si sentono - e spessissimo si vedono - le acque del fiume scendere gorgogliando.

«Anche questi impianti sono a lungo chiusi per le poche richieste, visto che la crisi investe tutti – prosegue Adriano Bruschi – ma, nonostante tutto, non si riesce a porre un limite neppure a questo tipo d inquinamento del territorio, alla continua distruzione della vegetazione riparia».

«Ma peggio ancora – aggiunge Bruschi – è la produzione dei fanghi derivati dalla delavazione delle ghiaie, che finiscono per impermeabilizzare il fondo del fiume».

Basta andare a vedere.

«Depositandosi, fango e melma fanno sì che non possa esserci il naturale ravvenamento delle falde già, per altro – spiega – minate dall'ingresso del salmastro nelle zone più vicine al mare».

Ma ci sono anche altri danni.

«Certo di minore gravità, ma da non escludere – ricorda Bruschi – continuando nell'asportare altri materiali dal letto del fiume Cornia finirà per arrivare sempre meno sabbia alla foce e dunque ci sarà sempre meno sabbia da destinare al ripascimento delle spiagge della Costa est».

Insomma per Legambiente c'è parecchio da fare.

«Ho visto – precisa Adriano Buschi – il nuovo piano regolatore generale di Monterotondo e purtroppo vi sono già previste altre due nuove cave: una sopra e una sotto quella esistente, ormai in esaurimento».

«Addirittura – sottolinea – per quella più a nord esiste già un progetto preliminare, però privo di valutazione di impatto ambientale; ed è il comune che ha deliberato di non richiederlo. Questo progetto preliminare neppure dice dove finiscono i fanghi che derivano dalla lavorazione delle ghiaie, né quanti fanghi saranno».

«Ho già avuto modo di incontrare il sindaco di Monterotondo, ma la nostra battaglia, anche in questo caso, è appena cominciata. Non si può insistere nell’autorizzare – conclude Bruschi – che questi residui delle ghiaie, delavate per altro in acqua di fiume, rilascino ancora argille che continueranno, inevitabilmente, a depositarsi a nord e a sud del Cornia proprio rispetto alla stessa lavorazione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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