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Visita medica necessaria per lo sport amatoriale

Visita medica necessaria per lo sport amatoriale

Nel calcio la percentuale di chi esegue i controlli risulta più bassa rispetto alle altre discipline, specialmente se la società non è strutturata

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PIOMBINO. Una porta, anche improvvisata, uno spazio grande a sufficienza, un pallone. Mescolare gli ingredienti tra loro, e il risultato sarà divertimento puro e uno sport tra i più popolari al mondo. Senza dubbio, il più giocato in Italia. Tra chi ne adora caratteristiche ed emozioni, e chi lo critica per scandali e lussuosi guadagni, una grande fetta di italiani lo pratica a livello amatoriale. Una partitella ogni tanto con gli amici, un torneo, un campionato locale.

Qui non c’è fraintendimento che tenga, né altre aspirazioni se non il piacere di uno svago in compagnia.

Affari, problemi e rischi sembrano legati solo al mondo del professionismo, ma fra tante differenze, almeno un elemento in comune fra i due contesti c’è: la salute.

La condizione fisica che permette di fare sport, di entrare in campo e correre, come un qualsiasi giocatore di serie A. Ed è qui che ancora una volta i due universi divergono. Da una parte i professionisti, ma anche gli atleti del calcio dilettante, purché tesserati in un campionato Figc; dall’altra parte i tornei e le competizioni promosse a livello amatoriale, fuori dalla cerchia della Federazione.

Se nel primo caso appare normale, e di norma avviene, sottoporsi alla visita medica per l’attività agonistica, nel secondo spesso non ci si preoccupa di fare controlli, complice la natura di svago, la poca conoscenza delle leggi, una cultura sostanzialmente diversa legata alla stessa attività.

«Il motivo principale è l’organizzazione delle società che partecipano – spiega Giovanni Muoio, presidente Uisp Piombino, la cui lega calcio promuove ogni anno campionati e tornei ufficiali e non – Come Uisp territoriale abbiamo oltre 10mila tesserati, per le più svariate attività; nel calcio sono circa 1.600, e pur essendo uno degli sport più frequentati, la percentuale di chi fa la visita è la più bassa rispetto alle altre discipline.

La prima causa è la natura non strutturata delle società. Ragazzi che si trovano per giocare, e uno di loro che fa il responsabile, senza capire e conoscere davvero i doveri e le responsabilità del ruolo. Molto dipende poi anche dal costo delle visite che, soprattutto in questo momento di difficoltà e nell’ambito di società con giocatori che solitamente si autofinanziano, non è spesa da poco».

La visita per l’attività agonistica, necessaria anche a livello amatoriale laddove ci sia una società costituita, con tanto di presidente, partecipante a una competizione promossa da un’associazione come l’Uisp ad esempio, costa in media un centinaio di euro (fino ai 18 anni è gratuita presso l’Asl) ed è valida un anno.

«Come obiettivo quest’anno abbiamo incrementato la sensibilità sulla necessità della visita medico sportiva per coloro che partecipano ai nostri campionati – afferma Muoio – Anche a costo di una diminuzione delle squadre. Sembra infatti che siamo a mettere dei paletti in questo senso, quando in realtà la legge sanitaria è uguale per tutti, salvo che da altre parti magari non si informano le squadre su regole e rischi».

La visita per l’attività agonistica (ogni federazione ha una propria disciplina in merito all’età considerata tale) è regolata dalla Regione e, appunto, dalle federazioni, e deve essere richiesta dalla società stessa per i propri atleti, presso l’Asl o i privati accreditati.

In linea di massima, consiste in una visita specialistica, esame spirometrico, elettrocardiogramma a riposo e sotto sforzo.

Dopo i 35 anni, per alcuni sport, viene aggiunto il test da sforzo con cicloergometro, mentre per attività considerate a rischio (ad esempio paracadutismo, subacquea, ecc.) la visita viene integrata con esami specialistici di neurologia, oculistica, otorino. La visita per l’attività non agonistica (che la legge regionale differenzia dalla agonistica per “l’impegno minore, l’aspetto competitivo non mirato al conseguimento di prestazioni sportive di elevato livello, assenza di un vincolo di età per intraprendere l’attività sportiva) può ugualmente essere svolta negli ambiti precedenti (Asl e privati accreditati), anche se in prima istanza può essere effettuata dal medico di famiglia dell’atleta che, di fronte a un dubbio diagnostico, ha facoltà di chiedere ulteriori controlli.

Anche in questo caso è la stessa società a doverla richiedere.

«Al di là del mio ruolo di medico sportivo ritengo fondamentale per chi inizia uno sport sottoporsi almeno a un controllo cardiologico – sostiene Cinzia Cioncoloni, medico Asl – La visita inoltre, importantissima per individuare eventuali patologie, dovrebbe anche servire nell’ottica della scelta dello sport da svolgere, in base all’età e alle condizioni fisiche. Posso dire che la fascia più preoccupante è proprio nell’amatoriale, a partire dai 40 anni, dove aumentano le patologie, come ad esempio l’ipertensione».

Normativa o meno, al di là dell’aspetto legale, spesso ignorato dalle società cosiddette improvvisate nell’ambito amatoriale, è auspicabile sicuramente una sensibilizzazione culturale del problema.

«Dallo sport si possono trarre grandi vantaggi – conclude Cioncoloni – se però si fa in modo corretto, rispettando i propri limiti fisici».

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