Sicurezza
«Acque di frantoio nel Milia»
Legambiente ha segnalato l’episodio, l’Arpat ha prelevato dei campioni da analizzare
SUVERETO. Per Legambiente Val di Cornia si tratta di liquami. Per il proprietario dei terreni di un sistema di irrigazione. Per Arpat di una situazione da approfondire. Come sta facendo.
L’episodio è accaduto qualche giorno fa nel territorio di Monterotondo, lungo le sponde del Milia. Lì, alcuni volontari dell’associazione ambientalista, con il portavoce, Adriano Bruschi, stavano compiendo uno dei sopralluoghi annunciati l’estate scorsa. In pieno rischio di crisi idrica.
Controllare lo stato di salute del Cornia e dei suoi affluenti fa parte della campagna di Legambiente, finalizzata alla verifica del livello di ravvenamento della falda e delle condizioni degli alvei. E quindi, dei riflessi sull’approvvigionamento del nostro comprensorio.
«In una di queste occasioni abbiamo notato un’autobotte in sosta su una strada che costeggia il Milia e che stava svuotando la cisterna. Tutto intorno si sentiva una puzza di marcio fortissima. Dai tubi in uscita dalla cisterna, complice il declivio del terreno, il materiale è finito in acqua», racconta Bruschi. Che aggiunge: «Ho domandato agli operai che cosa stessero scaricando. Hanno risposto che era tutto regolare, che avevano i permessi e che si trattava di “acqua di frantoio”».
Bruschi ha avvertito l’Arpat di Grosseto, intervenuta velocemente per i prelievi, e ha scattato diverse foto che testimoniano sia il fatto specifico, sia le conseguenze per il fiume. «Ho notato che anche in altri punti era stata fatta la stessa operazione. C’erano pozze anche sulla strada e nel terreno sottostante. L’odore era insopportabile», prosegue Bruschi che, con una nota dettagliata, si è rivolto al sindaco di Monterotondo per sottolineare che la tesi della fertirrigazione, sostenuta dal proprietario, titolare di alcuni frantoi, striderebbe con la situazione. E con le norme. «Sul posto - chiude Bruschi - non esistono attività agricole, nè colture, nè impianti produttivi. Cosa c’era da concimare, l’erbaccia? E per di più, i reflui sono stati sversati senza nessuna tecnica irrigua. Nè canalette, nè fossi. Niente».
Per Legambiente, si sarebbe forzata la norma che prevede l’uso limitato di acque di frantoio per irrigare e concimare, applicabile solo ai frantoi che operano in stretta connessione con l’azienda agricola e che trattano la massima parte quanto prodotto dalla stessa. Sempre nel rispetto dei limiti di tollerabilità dei terreni. In questo caso, invece, non ci sarebbero nessi tra frantoi e terreni usati da discarica. Nel documento inviato al sindaco, Bruschi indica alcune ipotesi di reato nel caso in cui le autorizzazioni fossero state concesse sia per la “fertirrigazione”, sia per l’escavazione di ghiaie avvenuta l’anno scorso come bonifica agricola dello stesso terreno, che avrebbe procurato danni al ripascimento costiero e all’habitat naturalistico. Oltre che al ravvenamento, a causa dei residui del lavaggio delle ghiaie.
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