Sicurezza
Lucchini, al ministero per evitare il crac
Tra gli scenari, il concordato gestito dal Cda o il commissario. Ipotesi di un progetto industriale senza area a caldo
PIOMBINO. Ci siamo. Oggi pomeriggio si svolgerà l’atteso incontro al ministero dello Sviluppo economico al quale parteciperanno i dirigenti della Lucchini, i sindacati e le istituzioni. Sul tavolo una crisi che in tempi rapidi si potrebbe tradurre in un irreversibile default. Al tavolo si presenta un’azienda che sta perdendo 15 milioni al mese che si avvia a chiudere il bilancio con un Ebitda (l’utile a lordo degli interessi passivi , delle imposte e degli ammortamenti) in rosso di 170 milioni e un debito con le banche di oltre 500 milioni. In questa condizioni si avvicina pericolosamente il momento di portare i libri in tribunale.
Durante l’incontro di lunedì scorso tra il sindaco di Piombino Anselmi e i ministri dello Sviluppo Passera e dell’Ambiente Clini, il governo si è impegnato ad esaminare rapidamente i due possibili percorsi per evitare il fallimento della Lucchini. Il primo è quello del concordato, la cui gestione verrebbe affidata all’attuale Cda. 120 giorni di tempo per concordare con i creditori una boccata d’ossigeno, magari la restituzione dei 100 milioni che le banche hanno preteso dopo la vendita dell’Ascometal. Altri 6-7 mesi di vita, lo spazio minimo per riuscire a trovare un acquirente, di cui però finora, nonostante le visite di indiani, brasiliani e svizzeri, non si è visto l’ombra.
Quattro mesi, dopodiché, se il tentativo di dare un aggiustata ai conti non riesce, il fallimento sarebbe inevitabile. E in questo caso, per le nuove disposizioni della legge Fornero, per i lavoratori della Lucchini non sarebbe neanche possibile ricorrere agli ammortizzatori sociali, salvo una deroga ad hoc.
L’altra strada è quella dell’amministrazione controllata - che comunque deve essere richiesta dall’azienda - con la nomina di un commissario straordinario che assumerebbe tutti i poteri (come Enrico Bondi nel caso Parmalat), con il compito prioritario della salvaguardia degli impianti. Sarebbe il commissario a questo punto a gestire la contrattazione con le banche, un eventuale progetto industriale e a trattare con il potenziale acquirente, forte di un rapporto diretto con il governo.
Il Cda Lucchini, che comunque sembra diviso sui percorsi da intraprendere, si è recentemente impegnato a presentare un «progetto che individui soluzioni industriali tali da favorire l’interesse di potenziali investitori che abbiano il proposito di dare una prospettiva produttiva, socialmente e ambientalmente compatibile».
Si dice che qualcosa sia già arrivato nelle mani dei dirigenti del ministero, ma di ufficiale non c’è nulla. E forse se ne comincerà a parlare proprio oggi. Il nodo non sarebbe tuttavia ancora sciolto, poiché le opzioni sarebbero due: una che prevede il mantenimento dell’area a caldo (il ciclo integrale), l’altra la realizzazione di un’acciaieria elettrica.
Non è neanche più un mistero che gli svizzeri atterrati in elicottero sulla Lucchini un mese fa sono quelli della Klesh, il Fondo d’investimenti già interessato a rilevare la fabbrica di alluminio dell’Alcoa. Interlocutori che avrebbero già fatto capire il loro interesse: rilevare i laminatoi, realizzare un acciaieria elettrica e lasciare l’area a caldo nella mani della Lucchini. La bad e la new company, insomma, di cui nei giorni scorsi ha parlato anche il nostro giornale.
L’ipotesi sembra però trovare la ferma opposizione dei sindacati, che oggi si presenteranno al tavolo del ministero con cinque richieste ferme: un tavolo nazionale per la siderurgia, risposte immediate sui temi delle bonifiche, infrastrutture e risparmio energetico, riconoscimento degli ammortizzatori sociali e dei contratti di solidarietà superando la riforma Fornero, impegno del governo per la ricerca di soluzioni industriali che salvaguardino il polo siderurgico, tutela delle imprese dell’indotto.
Il segretario della Fiom Luciano Gabrielli è ancora più esplicito. «Lo stabilimento – sostiene – ha tutte le condizioni per guadagnare. Con questi assetti produttivi il Cda lo sta affossando. Mancano i soldi per acquistare le materie prime e l’altoforno viene fatto marciare con un trend di 1,2 milioni di tonnellate all’anno. Appare chiaro che questo Cda non può tracciare le linee per il futuro». Una posizione che oltre a confermare la difesa dell’area a caldo, suona come un giudizio negativo sull’ipotesi che sia il management dell’azienda ad avere mani libere nel caso del concordato.
Gabrielli al tavolo del governo arriverà con un’altra proposta. «Considerato che lo stabilimento di Taranto dovrà fare 8 milioni di tonnellate di acciaio invece delle potenziali 10, il governo si adoperi per realizzare una sinergia tra Taranto, Piombino e Genova, che potrebbe essere approvvigionato con le nostre bramme». Un ragionamento che teoricamente non fa una grinza, ma che solo il governo potrebbe trasformare nell’uovo di Colombo.
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