Il Tirreno

Bravo sindaco, ma ora dobbiamo svegliarci

di Francesca Lenzi
Bravo sindaco, ma ora dobbiamo svegliarci

Pochi operai sotto al capannone dove sono saliti Anselmi e i sindacalisti «La situazione è gravissima, ma qualcuno pensa ancora sia uno scherzo»

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PIOMBINO. Parlano fra loro, danno uno sguardo in alto, verso la cima del capannone sul quale è salito Gianni Anselmi. Qualcuno sorride, altri scuotono la testa. C’è chi alza la voce nella frenesia della discussione e chi azzarda opinioni più ragionate. Sono i lavoratori. Operai della Lucchini certo, ma anche della Magona, uniti da un’unica crisi che minaccia il settore della siderurgia locale, e non solo.

Tra loro c’è anche Dario Deni, 23 anni, da tre alla Lucchini. È uno dei primi ad arrivare sul piazzale di fronte al capannone. «È un gesto estremo che il sindaco fa per attirare l’attenzione del governo – dice, prima di dare fiato a un sospiro pieno di delusione – È assurdo che per arrivare a un incontro col ministro si debba salire su un capannone. Ormai è diventata la normalità montare sopra i tetti per ottenere qualcosa che dovrebbe essere naturale».

È giovane Dario, ma ha le idee chiare e la consapevolezza di essere in mezzo a una crisi profonda. «Io in fabbrica non sono ancora fisso, ma tanto chi lo è in questa situazione? – domanda amaramente Deni – Speriamo nel gesto del sindaco. Se non dovesse funzionare nemmeno questo, cosa avrebbe senso fare?».

Tra gli operai c’è chi è ottimista, non tanto per convinzione, quanto per l’esigenza di sperare ancora. «Siamo alla frutta, ma speriamo di avere così un po’ di attenzione da parte di un governo che per ora è stato latitante – afferma Alberto Filippi, 46 anni, da 15 in Magona – Se ci credo davvero? Devo, la speranza non deve finire. Il sindaco ha fatto un bel gesto, simbolo di vicinanza con noi operai. È l’ora che la politica torni ad avvicinarsi ai lavoratori».

Filippi si guarda attorno: poca gente nel piazzale. Pochi operai, ancor meno cittadini. «C’è rassegnazione, forse – sostiene – ma non può essere una giustificazione. Speriamo nel corteo di domani (oggi per chi legge ndr). Se non ci si sveglia ora, addio».

In effetti, nonostante il gesto eclatante di Anselmi, sono in pochi a raccoglierne il senso, portandosi sotto il capannone. C’è chi dà la colpa alla mancata comunicazione dell’iniziativa: «Non sapevamo nulla – dice un operaio, uscito dal primo turno in fabbrica – Al lavoro abbiamo saputo del sindaco sul tetto, ma oltre a quello è cominciata a girare la notizia anche del fallimento e roba simile. M’è preso un colpo. Andrebbero concordate o almeno rese note queste azioni».

Altri però non danno alibi alla poca affluenza. «Io questa poca presenza non me la so proprio spiegare – dice Giuseppe Caputo, 36enne operaio in Magona – Non credo sia rassegnazione, ma mentalità; l’idea che sia qualcun altro a doversi muoversi per il nostro lavoro. Per non parlare di quelli che pensano sia tutto inutile. Ma che sanno? Sono tutti professori».

Tutti o quasi, comunque, sono convinti che l’iniziativa sia il frutto di un aggravamento della situazione. «Se è salito lassù è un casino – dice un altro magonista, Corrado Lenzi, classe 1975 – A ogni modo un po’ di confusione andava fatta già prima, coinvolgendo di più gli operai».

Il piazzale comincia a riempirsi davvero solo dopo le 16, nell’ora di sciopero indetta dai sindacati come sostegno all’iniziativa. «La gente crede sia uno scherzo – afferma Giorgio Pecchioli, 52enne, da 15 anni alla Lucchini – In tanti non credono possa chiudere lo stabilimento, e si va avanti certi che prima o poi arrivi il jolly a risolvere tutto. Se ho paura? Sì che ce l’ho, perché c’è da averne. Ho 52 anni, dove vado se chiude la fabbrica? E al di là di me, cosa farebbero la città e tutto il territorio?».

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