Il Tirreno

Piombino si spegne con le sue acciaierie La speranza: il porto

Antonio Valentini
Piombino si spegne con le sue acciaierie La speranza: il porto

Cinquemila posti in bilico e una città che rischia di chiudere Consumi a picco, si teme l’effetto domino sul commercio 

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Qualche anno fa, per dimostrare quanta fuliggine saltasse il muro delle acciaierie, gli abitanti del Cotone stendevano lenzuoli sui davanzali delle case. Poche ore dopo li ritiravano, scuriti di una polvere sottile, tanto sottile che copriva tutto e s’insinuava negli anfratti più nascosti del corpo umano. Oggi quei lenzuoli sono spariti, non tanto per la collinetta artificiale costruita tra le case e il muro perimetrale dello stabilimento, tirata su con l’idea di difendere la gente dagli spurghi degli impianti, quanto perché quel pulviscolo scuro e mefitico rischia di non arrivare più. Il futuro immediato è chiaro eppure nebuloso: il 5 agosto sarà spento l’altoforno delle acciaierie, senza che alla fermata si aggiunga la certezza tecnica di un riavvio. L’impianto è stato rinnovato nel 1996 e per l’implacabile legge del tempo è giunto a fine corsa. Nel 2014 andrebbe sostituito ma servono capitali e assetti proprietari definiti. Non ci sono gli uni né gli altri e l’insicurezza avvolge la città ancor più di quanto riuscisse a fare la polvere nera al Cotone.
A Piombino il clima è cupo, nonostante che il sole splenda pieno d’estate. Anzi è tenebroso, da quando le prospettive della Magona, l’altra grande fabbrica del territorio, contemplano l’eventualità della chiusura. Se le fosche previsioni si avverassero, senza un qualcosa che interrompa la spirale, un’intera città sarebbe costretta a re-inventarsi il futuro. Per questo stamani si svolgerà uno sciopero generale di tre ore, dalle 7,30 alle 10,30, comprensivo di una manifestazione dal titolo così esplicativo da suonare scontato: "Piombino non deve chiudere".

La città ha paura . Luciano Gabrielli, segretario provinciale della Fiom-Cgil, in poche parole riassume l’angoscia della città: «A Piombino si rischiano cinquemila posti di lavoro su 35mila abitanti. Il polo siderurgico è messo in discussione, con l’altoforno che non ci dà più le certezze di una volta: se Lucchini non trova un acquirente nel giro di cinque o sei mesi, finirà per esaurirsi da sola, col rischio dello smembramento». Perché lo stabilimento sopravviva serve qualcosa come un miliardo di euro: solo il debito con le banche, anche se ristrutturato, è di 770 milioni. Poi ci sono le bonifiche, per le quali ne servono 224. E la realizzazione del nuovo altoforno, per una cifra attorno ai 120 milioni. Quadro di per sé capace di asfissiare qualsiasi azienda, figuriamoci la Lucchini del gruppo Severstal che al massimo produce per i tre quarti della propria possibilità, senza che il magnate russo Alexei Mordashov abbia dilazionato l’impegno a vendere entro il 2014, seppure al prezzo simbolico di un euro. La chiusura di quattro settimane in agosto, con annessa fermata dell’altoforno, significherà ferie forzate per i 2143 dipendenti (1943 già in contratto di solidarietà) e i circa 1600 dell’indotto.

La crisi dell’acciaio. Se l’unico nodo da sciogliere fosse l’acquirente, in qualche modo il pessimismo risulterebbe mitigato. L’assenza del compratore però amplifica gli effetti della crisi: l’edilizia è ferma al pari dei cantieri per le grandi opere, l’industria dell’auto è al minimo storico degli ultimi vent’anni. E in questo modo l’Europa dell’acciaio si trova in piena crisi da sovracapacità produttiva, con gli altoforni chiusi in serie. La stagnazione è aggravata dal drastico calo del prezzo del rottame, che favorisce le acciaierie elettriche e non quelle - come la Lucchini - funzionanti a materia prima. Il risultato è la perdita di fette della produzione nazionale: «In Italia solo Piombino, assieme a Taranto, fa il ciclo integrale - aggiunge Gabrielli -. Se viene meno industria primaria, come si fa ad andare avanti?»

Lo choc Magona. Il futuro della Lucchini è indecifrabile al pari di quello della Magona, dove lavorano 545 persone (276 a contratto di solidarietà), ma con la capofila Arcelor-Mittal pronta a disimpegnarsi. A fronte di un fatturato di 400 milioni e una perdita di 20, l’azienda ha tagliato il 50% delle linee produttive, riducendole a due: zincatura e verniciatura. Il pacchetto di ordini disponibili consente di sopravvivere fino alla fine di settembre, quando il laminatoio chiuderà, con un’eccedenza prevedibile attorno alle 280 unità. Le prospettive sono desolanti: cessazione, vendita o marcia ridotta con una sola zincatura e una verniciatura. La soluzione starebbe in un nuovo acquirente, di cui però non c’è traccia. L’italiana Arvedi, in un primo momento inserita nel novero delle aziende interessate, ha smentito seccamente. La conclusione, chiarisce Gabrielli, è una sola: «Servirebbe una politica industriale. Ma il governo non ce l’ha».

Il commercio ansima. In giro c’è un’aria strana. Il senso d’impotenza si mescola alla voglia di non darsi per vinti, l’orgoglio di un passato irripetibile è frustrato da un futuro rimpicciolito. Se la siderurgia va in affanno, il commercio la segue a ruota: «I consumi si sono già contratti - ammette Antonio Baronti, presidente della Confesercenti - e alla crisi globale si aggiungono gli effetti locali. Siamo preoccupati, sappiamo già che entro la fine dell’anno molti saranno costretti a chiudere». Il timore è di un domino dalle conseguenze disastrose: la città non saprà sopravvivere alle fabbriche che muoiono, dopo decenni di una monocultura industriale che ha escluso ogni diversificazione produttiva.

Le speranze? Nel porto. Persino il porto ne risente. Nei primi sei mesi di quest’anno le merci rinfuse hanno toccato i due milioni e 800mila tonnellate, contro i tre milioni e 570mila del 2008. Un calo evidente, legato alla contrazione dei traffici di Lucchini e Magona. Luciano Guerrieri, presidente dell’autorità portuale, conviene che la tensione è alta: «Aspettiamo con ansia i dati del secondo semestre». Ma è proprio su queste banchine, passaggio obbligato tra l’Elba e il continente, che s’addensano le migliori speranze di rilancio di una città bella e sola, popolata da gente innamorata del proprio territorio e divorata dall’ansia per il futuro. Il piano regolatore ridisegna la fisionomia del porto: le banchine passeranno dai 2300 metri attuali ai 5750 futuri, le aree portuali saranno quasi quadruplicate, i fondali dragati fino a 13-15 metri, il canale d’accesso ampliato a 16 metri. L’investimento previsto è di 445 milioni in otto anni, che sale a più di mezzo miliardo se si considerano le bonifiche. Lo scenario è suggestivo, ma difficile da attuare, stante la crisi e le condizioni della finanza pubblica: «Noi cerchiamo investitori sui mercati - conclude Luciano Guerrieri -. Entro i prossimi sei mesi metteremo a punto il piano economico-finanziario». Se tutto filerà per il verso giusto, i mille occupati odierni del porto (tra diretti e indotto) raddoppieranno entro il 2020. Una boccata d’ossigeno rispetto alle cupe prospettive della siderurgia. Ma otto anni sono lunghi da passare. E Piombino, per non chiudere, ha bisogno di risposte immediate.
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