La manifestazione
Addio a “Merzi”, partigiano della Garibaldi
Brunero Cioni aveva 87 anni e appena ventenne aveva iniziato a combattere contro i nazifascisti
PIOMBINO. Sulla bara, il fazzoletto che, come gli altri compagni, al termine della guerra aveva ricavato dalla bandiera rossa della 23esima Brigata Garibaldi. Gruppo “Guido Boscaglia”. Sotto quella bandiera, Brunero Cioni aveva combattuto i nazifascisti, dall’inizio e fino in fondo, nelle macchie dell’Alta Maremma.
Con Cioni, se n’è andato uno degli ultimi testimoni della guerra partigiana in questa parte di Toscana. Avrebbe compiuto 88 anni il prossimo dicembre.
Nel 1966 si era trasferito a Piombino da Travale, dove era nato da una famiglia anarchica, con la moglie Liliana e il figlio Germano. Prima il posto in una piccola impresa metalmeccanica, quindi il passaggio in Magona. Lì, aveva lavorato fino alla pensione.
Modi gentili e sguardo simpatico. Disponibile, a richiesta, a raccontare pagine di storia collettiva. Con modestia. Come se non ne fosse stato tra i protagonisti diretti.
«Il Merzi» - il grazie francese in versione toscaneggiante - era il suo nome di battaglia. Con quello, appena ventenne, si era dato alla macchia per sfuggire all’arruolamento nella Repubblica sociale.
C’è un libro in cui è tratteggiata un po’ della Resistenza del Merzi. Nel gennaio dello scorso anno, Cioni aveva rilasciato un’intervista a Tiziano Arrigoni, in procinto di realizzare «La piccola patria - storia di Elvezio Cerboni, partigiano».
La piccola patria sono le Colline metallifere, dove alcune decine di ragazzi dettero vita, tra i primi, ad un gruppo organizzato.
Ed è nell’opera di Arrigoni che Cioni ricostruire alcuni passaggi autobiografici.
Richiamato alle armi nel 1943 (l’ultima classe richiamata nel Regio esercito), l’armistizio lo coglie mentre con i commilitoni è accampato nelle campagne di Monfalcone, in attesa di raggiungere Spalato.
Il colonnello che li rassicura - «Tranquilli, sarò come un padre, per voi» - ma fugge nottetempo. I ragazzi allo sbando, senza ordini nè mezzi. Il viaggio di 14 giorni, un po’ in treno, un po’ a piedi, per ritornare a Travale. L’arrivo della cartolina per Salò.
E ancora, la scelta della macchia, l’ingresso nella «Guido Boscaglia». L’incontro con il comandante Giorgio Stoppa, comunista, di cui Cioni parla con il rispetto e la dedidizione di sempre: «Era il miglior comandante che potessi avere. Era severo, con lui non si scherzava», commenta Cioni.
Racconti di battaglie, di vittorie e di umiliazioni, di rappresaglie, di episodi inframezzati da qualche aneddoto. Il sapore della polenta dolce, fatta con la farina di castagne. La povertà dei carbonari, l’aiuto dei contadini. Le notti sulla paglia, nelle stalle. Sopra ogni cosa, l’obiettivo del riscatto e della libertà.
Sembra quasi di vederlo mentre, con semplicità, il Merzi descrive quegli anni nella «Piccola patria» dove adesso è ritornato.
La salma riposa nel cimitero di Montieri. L’ha accolta la bandiera dell’Anpi.
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