Il Tirreno

Lucchini, fabbrica chiusa per un mese

di Giorgio Pasquinucci
Lucchini, fabbrica chiusa per un mese

In calo gli ordinativi: stop dal 6 agosto al 1° settembre. Il calo del prezzo del rottame favorisce le acciaierie elettriche

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PIOMBINO. Altoforno fermo per un mese. Questa la contromisura che la Lucchini ha deciso di adottare a fronte di un repentino calo degli ordini, in particolare della vergella e di alcuni semiprodotti. La decisione è stata comunicata ieri mattina ai coordinatori della Rsu e ai segretari di Fim, Fiom e Uilm.

Alla già pesante crisi del mercato, ha spiegato l’azienda, si è infatti aggiunto un crollo del prezzo del rottame che sta avvantaggiando la concorrenza delle acciaierie elettriche. Inoltre la situazione finanziaria dell’azienda non permette in questo momento di produrre per lo stoccaggio.

L’altoforno, cuore dello stabilimento, resterà così fermo dal 6 agosto al 1° settembre, trascinandosi dietro tutti gli altri impianti, ad eccezione della cokeria, che per motivi tecnici non può essere fermata senza causare gravi danni ai forni.

In fabbrica resterà dunque qualche centinaio di lavoratori, mentre per tutti gli altri (gli occupati diretti sono 2.143 in questo momento) si farà ricorso per la prima settimana ai permessi collettivi, per le seconde due alla cassa integrazione e per l’ultima settimana ai contratti di solidarietà. Ripercussioni, ovviamente, sono da attendere in tutto il settore degli appalti, già in difficoltà per la consistente riduzione delle commesse da mesi praticata dalla Lucchini.

I sindacati, che fino ad ieri mattina si aspettavano la classica fermata estiva di una settimana per le manutenzioni, sono ovviamente molto preoccupati. Nonostante che l’azienda abbia offerto garanzie “politiche” sulla ripartenza dell’impianto, ci sono sempre da mettere in conto le incognite sul piano tecnico. La loro reazione immediata è stata dunque quella di proclamare uno sciopero di 2 ore (reparto acciaieria compreso) per mercoledì prossimo. Durante lo sciopero della mattina (dalle 9 alle 11) si svolgerà un’assemblea nel piazzale antistante la portineria. Nel pomeriggio e di notte i lavoratori si asterranno invece dal lavoro a fine turno.

La situazione del polo siderurgicom a cui in queste ultime settimane si è aggiunto il rischio di chiusura della Magona, si sta facendo dunque davvero preoccupante. I sindacati per il momento sono riusciti ad ottenere, per martedì 17 luglio, l’incontro al ministero delle Sviluppo economico.

«La decisione di fermare l’altoforno – sostiene Vincenzo Renda, segretario Uilm – conferma la precarietà dello stabilimento Lucchini. Se il governo non metterà al centro dello sviluppo la siderurgia, con le sue realtà e le sue potenzialità, non ci saranno né interventi finanziari né sacrifici in grado di assicurarle un futuro».

Per Luciano Gabrielli, segretario Fiom: «Siamo di fronte ad un’accelerazione di un processo che rischia di finire con l’esaurimento dello stabilimento. Necessaria dunque la vendita in tempi brevi, che il governo deve favorire, rendendo Lucchini appetibile per l’eventuale compratore».

«La scena sta cambiando rapidamente – commenta anche il segretario della Fim Fausto Fagioli – Siamo preoccupati anche per problemi che potrebbero sorgere alla ripartenza dell’altoforno dopo un mese di fermata. L’azienda ha risposto al calo delle commesse cercando di recuperare i costi. Ma noi, che abbiamo sempre fatto di tutto per mantenere in funzione l’Afo, non condividiamo una fermata così lunga e densa di interrogativi».

In questo quadro anche la visita fatta l’altro ieri allo stabilimento di Naveen Jindal, proprietario e Ceo dell’indiana Jspl, non è apparsa come inizio di una vera trattativa. Proveniente da Zurigo, mister Jiandal è atterrato a Pisa a bordo del suo jet personale accompagnato dalla famiglia. La visita alla Lucchini si è protratta a lungo. Molte curiosità e domande, ma nessun accenno di decisione sull’ avvio di una “due diligence”. Tutto idealmente si è concluso con un “ok, ho visto, ci penserò”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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