Sicurezza
In cinquecento per difendere la fabbrica
Al corteo di Fim, Fiom e Uilm anche una delegazione dello stabilimento Arcelor Mittal di Avellino
PIOMBINO. Una fabbrica in cui si respira col boccaglio. La definizione di un operaio - Roberto Manzani, reparto slitting, tra i primi ad arrivare sul piazzale - dà il senso dell’aria che tira tra i lavoratori Magona.
Raggiungono la portineria alla spicciolata. Si formano i capannelli. E il corteo per difendere lo stabilimento prende forma. Punteggiato dalle bandiere dei sindacati e dei partiti. Da qualche striscione. E dal gonfalone del Comune.
Al di là della sbarra, gli impianti sono fermi. Tra gli operai, l’adesione allo sciopero è molto alta. Buona tra gli impiegati. Perchè stavolta la preoccupazione è forte. Anche tra di loro.
Fim, Fiom e Uilm parlano di cinquecento presenze. Nessuno slogan. Solo qualche fischio di sirena lungo il percorso e un megafono che via via ricorda cosa servirebbe: un intervento del governo a favore della siderurgia e la vendita ad un acquirente credibile. Capace di dare garanzie reali.
Sotto un sole implacabile si supera il cavalcavia. Viale Regina Margherita fino alla seconda rotonda, direzione porto. Poi, indietro fino a piazza Gramsci.
C’è anche una piccola delegazione Fiom dello stabilimento Mittal di Avellino. Il tempo di sfilare e poi, via, di nuovo a casa, con la promessa di tornare - stavolta con un pullman - per lo sciopero generale. A metà luglio.
«Vedo gente che in 34 anni di Magona non ho mai visto ad un corteo», commenta Tommaso Sanzo. Laminatore.
«La speranza più forte è che ci comprino degli italiani ma qualsiasi soluzione può essere rischiosa», afferma un’impiegata. Il perchè lo spiega Davide Leonelli: «L’opzione considerata meno traumatica potrebbe non bastare. Uno che si occupa di contabilità fornitori come me, Arvedi di sicuro ce l’ha già».
Ci sono le lavoratrici della mensa. Eleonora Gelichi è con il marito, Gabriele Mascia, addetto al laboratorio. Preoccupazione familiare doppia. E due bambine.
Andrea Bertolotto lavora per una ditta dei subappalti: «Con le multinazionali funziona così. Non poteva durare».
«Di soluzioni ottimali ormai non si può più parlare», sostiene Antonino Stecca. Lavora alla Smepp e si riferisce al porto: pontili, piazzali, binari che non ci sono ancora.
«Ci fanno rimpiangere Lucchini», aggiunge Paolo Pedroni, ora assessore a Campiglia. Da segretario Fiom, di scozzi con il cavaliere ne ha avuti diversi.
L’esperienza con le mulinazionali è devastante. Su questo tutti sono d’accordo. E il rosario di fabbriche Mittal chiuse dall’oggi al domani per logiche speculative, sgranato da Claudio Valcchi a fine mattinata, lo dimostra.
Tocca al sindaco chiudere la manifestazione confermando l’impegno per uscire dal tunnel in cui è finito il polo siderurgico per intero.
Anselmi non dimentica il ministro Fornero e la sua recente affermazione: «Il compito di una repubblica fondata sul lavoro - afferma - è far sì che la soglia tra diritti e conquiste si assottigli. Non si ispessisca».
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