Il Tirreno

Disastro sventato, il Mersa saluta l’Elba

di Stefano Taglione
Disastro sventato, il Mersa saluta l’Elba

Ore di apprensione fino a quando i rimorchiatori sfilano il gigante incagliato sugli scogli di Sant’Andrea

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ANDREA. La nave è ferma, un rimorchiatore spruzza fumo nero e si avvicina lentamente. A terra alcuni turisti scattano foto increduli. Dalla spiaggia di Sant’Andrea non si vede niente e i più girovaghi scoprono la nave per caso, facendo snorkeling o avventurandosi sugli scogli in direzione della secca del Careno.

«Ma cos’è successo?», chiedono i più. Nessuno risponde, non c’è tempo per spiegare. Due rimorchiatori si stanno preparando alla rimozione della nave per portarla fino al porto di Livorno, dove arriverà verso le 23. Insieme a loro c’è una pilotina degli ormeggiatori di Portoferraio, gli uomini della capitaneria di porto e un mezzo anti-inquinamento, il Castalia, inviato dal Ministero dell’Ambiente.

Sono le 13,30 quando il primo mezzo, il Tito Neri, si avvicina alla poppa del natante fino a toccarlo e un ormeggiatore sale a bordo per legare una cima. Una volta tornato indietro, il rimorchiatore avanza lasciando la corda quasi interamente immersa nell’acqua, fermandosi a 30 metri più avanti. Quando tocca alla “gemella” Algerina Neri si ripropone la stessa scena. Un marinaio si imbarca sul cargo per qualche minuto, il tempo di assicurare la seconda cima ad un ormeggio di poppa e ritornare a bordo. A questo punto l’Algerina Neri avanza fino ad arrivare accanto all’altro rimorchiatore.

I due comandanti, Enrico Mucci e Corrado Neri, assistiti dall’ingegner Alberto Benini, si parlano via radio. Ci deve essere una perfetta sincronia di movimenti per non rischiare di spezzare gli ormeggi e ripartire da capo con le operazioni. L’ostacolo risiede nella stazza del natante, un bestione da 1686 tonnellate a cui bisogna sommare tutto il carico di ferro che c’è a bordo. I problemi sarebbero stati decisamente maggiori se si fosse incagliato sul fondale. Fortunatamente la secca del Careno è profonda circa sette metri, circostanza che la rende meta prediletta di sub e apneisti, che qualche anno fa proprio qui hanno rinvenuto dei frammenti di una bomba forse esplosa durante la seconda guerra mondiale.

Sono quasi le 13,45 quando le cime che collegano la Mersa 2 ai rimorchiatori vengono messe lentamente in tensione, con l’equipaggio straniero sparso fra poppa e prua ad osservare la situazione. A vigilare le operazioni sul cargo ci sono anche due ufficiali della Capitaneria di porto, insieme ad altri due membri del personale tecnico della società Neri.

Nel mentre a terra scattano i flash della macchine fotografiche. A Sant’Andrea ci sono un sacco di turisti, trovare parcheggio è impossibile, ma la nave è nascosta dalle rocce e solo in pochi possono osservare la scena. La maggior parte dei curiosi sono fermi alle Cote Piane, gli scogli a sinistra del’arenile marcianese, a circa duecento metri dalla secca del Careno. Qualche intrepido si avvicina al luogo dell’impatto, sopra alcune rocce che affacciano sulla punta a nord-ovest dell’Elba. Per salire sugli scogli più vicini alla nave bisogna immergersi con l’acqua arriva fino alle spalle, non certo l’ideale quando si ha cellulare e macchina fotografica addosso. Ma immortalare il momento topico della giornata vale di più.

Qualche curioso si avvicina anche via mare. Una decina di barche stazionano in zona con i binocoli puntati sulla Mersa 2 e le più vicine vengono allontanate dalla Capitaneria di porto perché rischiano di intralciare le operazioni di traino.

Alle 13,45 ecco il boato dei rimorchiatori livornesi. Dai fumaioli escono delle colonne di fumo nero, segno che i motori sono quasi al massimo della potenza per cercare di smuovere il bestione battente bandiera panamense. Le cime sono dritte come aste metalliche e danno l’impressione di spezzarsi da un momento all’altro a causa della tensione.

Lentamente anche la Mersa 2 inizia a muoversi. Durante il rimorchio non sorgono problemi di alcun genere: la nave è pesante, ma il fondale alto non ostacola le operazioni.

Gli unici rumori che si sentono dalla costa provengono dalla prua del cargo, nel momento in cui viene avvolta la catena dell’ancora di dritta, fino a quel momento calata in mare a bloccare la nave.

E’ probabile che il comandante del Mersa 2, nell’estremo tentativo di evitare l’urto con la costa, la notte del 31 maggio abbia tentato di dare fondo agli ormeggi che tuttavia da soli non sono riusciti a fermare la corsa del natante. Un’altra possibilità è che l’ancora sia stata “mollata” subito dopo l’urto con la scogliera.

Questa ipotesi è al vaglio della capitaneria di porto che ha il compito di indagare sulle cause che hanno portato all’incidente di giovedì sera.

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©RIPRODUZIONE RISERVATA

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