La manifestazione
Vecchio leone adorato dai bambini
Ciao Vecchio Lupo, ci manchi di già. Quattordici anni fa con Cristiano Lozito chiudemmo così sul Ti rreno il nostro saluto a Giuliano Cioni.
Stendemmo in silenzio, piangendo, uno di quei pezzi che non avremmo mai voluto scrivere. Con Giuliano se ne andò una parte di noi, gli amici del giornale. Oggi con Franco si chiude il cerchio.
Franco ha sempre saputo che il nostro affetto per lui era raddoppiato con la morte del fratello. Gli volevamo già bene prima, dopo quel giorno si caricò sulle robuste spalle anche quest’altro bagaglio d’amore. Non ha mai mostrato di sentirne il peso. Anzi.
Franco era una delle persone più buone e genuine che abbia conosciuto. Era un uomo di calcio, di sport, di grandi valori e di insegnamenti che non dispensava pontificando ma a colpi di battute, anche feroci. Una simpatia travolgente, contagiosa, un uragano di risate. Quando ti dava del cretino, ecco, lì eri sicuro che ti voleva bene. Significava confidenza, condivisione.
Era fatto così, zero fronzoli e tanta sostanza. Andava al cuore delle questioni e il cuore te lo faceva battere. Fisico in tutti i sensi, se doveva convincerti di qualcosa, e non ci riusciva con quel vocione pazzesco, ti prendeva per un braccio e ti scuoteva finché non ti arrendevi. Ridendo. Come Giuliano.
I Cioni hanno lasciato una traccia incancellabile in tutte le persone che hanno avuto la fortuna di conoscerli. Nei ragazzi con cui hanno giocato e che ora hanno i capelli bianchi, nei ragazzi che hanno allenato, negli amici e nella loro grande, bella, splendida famiglia.
Ci sono tante immagini di Franco che mi passano davanti, compresa quella del vecchio leone con cui una vita fa giocavamo le nostre settimanali partitelle di calcetto, al Magonello. Lui e Giuliano, l’età dei nostri padri ma un fisico spaventoso e una bellezza ancora radiosa, picchiavano come fabbri e non gli interessava vincere. Volevano che si giocasse bene. Se sbagliavi uno stop fermavano la partita e, sfondandoti i timpani, ti mostravano come avresti dovuto fare. E te lo facevano ripetere finché non avevi imparato. Anche se non eri mai stato un calciatore ed eri già vecchio pure per i torneini.
I Cioni erano maestri di calcio. Per molti di noi, anche di vita. Ne sanno qualcosa i bambini che Franco nei suoi ultimi anni ha svezzato al Salivoli, quella che ormai era diventata la sua seconda famiglia. Si prendeva i più piccoli in assoluto, quelli che a fatica riuscivano a far ruzzolare un pallone. Una volta cresciuti e diventati Pulcini, li lasciava agli altri allenatori contento di aver raggiunto il suo scopo, che era insegnare a giocare a calcio. E a saper stare insieme.
Stop, passaggio, colpo di testa, piatto, esterno, tiro di collo pieno: tutti dovevano imparare le basi, i fondamentali. Tutti. Soprattutto quelli meno dotati.
E dovevano rigar dritto. Perché il calcio è tante cose e non solo una bella rovesciata. Franco per farsi capire si aiutava con quella popo’ di v. oce che all’inizio spaventava la maggior parte dei nanerottoli in calzoncini. Tre giorni, il tempo di prendergli le misure, e poi nessuno di quei mocciosi lo temeva più. Tre giorni, il tempo di capire che quell’omone urlante era il nonno più dolce e adorabile che ci fosse in circolazione. Chiedetelo ad Alessio, il nipote-calciatore-sosia, che razza di nonno è stato Franco.
La malattia lo ha battuto di misura, ma lui quella stronza l’ha costretta ai supplementari e poi ai calci di rigore a oltranza. Gliel’ha fatta sudare, vai. E finché ha avuto un briciolo di forza si è trascinato a Calamoresca a incitare i suoi bambini.
L’ho visto sedersi a bordo campo durante una delle ultime partite alle quali ha assistito. La voce era la stessa, le parolacce pure, i nomi e cognomi sbagliati o storpiati e quel gran sorriso finale e l’abbraccio, che per i bimbi era il più bel regalo. Perché loro lo volevano così, il finto burbero Franco. Loro lo amavano quel gigante buono che, alla fine, li faceva sentire come dei campioni.
Martedì alcuni di loro hanno saputo che Franco era morto mentre stavano per scendere in campo a un torneo, a Castelfiorentino. Chi ha pianto, chi ha alzato il ditino verso il cielo dopo un gol.
I bambini non conoscono la retorica, i bambini sono puri. Come lo eri tu.
Vecchio Leone. Ti abbiamo voluto bene in tanti, ci hai fatto sentire tutti importanti. Tutti di famiglia. Ecco, era questo il tuo grande talento.
E’ stato un onore e un piacere conoscerti. E’ stato bello volerti bene.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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