Il Tirreno

«ZioRolando, sei stato un esempio prezioso»

di STEFANO TAMBURINI
«ZioRolando, sei stato un esempio prezioso»

I ricordi del nipote che da giovane giornalista riscoprì la sua dura storia «Da sindaco mi mise in fila davanti agli uffici: una lezione che non scorderò»

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di STEFANO TAMBURINI

Sono cresciuto quando ZioRolando – noi ragazzini di famiglia, lo chiamavamo così, tutto d’un fiato – viveva i suoi anni migliori: segretario della Cgil e del Pci, poi sindaco e deputato. Ho fatto in tempo anche a incrociarlo, da giovane cronista del Tirreno quando era presidente dell’Atm, l’azienda dei trasporti pubblici e dell’Unione sportiva Piombino, la squadra di calcio. E non sempre erano rose e fiori: parlava con me e trovava le cose scritte sul giornale. Poi mi telefonava e s’incazzava: «Ma io l’ho detto a mio nipote, mica al giornalista». Rispondevo ancora più arrabbiato: «Lo sai che mestiere faccio, prendevo anche appunti…». Litigavamo ogni tanto, ma poi si faceva pace, magari la domenica al seguito della “sua” squadra di calcio – motivo principale delle nostre discussioni – davanti a un piatto di spaghetti. Finiva sempre con quattro risate e una pacca sulla spalla.

Solo nel corso degli anni ho conosciuto più nel dettaglio la sua storia travagliata, prima di deportato (internato era il termine tecnico) in Germania dopo l’8 settembre 1943 e poi di perseguitato politico, cacciato dall’Ilva (il 13 dicembre 1952) nei tempi in cui organizzare (era nel consiglio di fabbrica) un’assemblea non autorizzata poteva costare carissimo. Ho saputo del suo peregrinare lontano da Piombino, segretario della Camera del lavoro nella lontana Spoleto, e anche del veto che allora era stato fatto cadere su tutta la famiglia – e su quelle degli altri licenziati di quel triste 1952 – da parte dell’Ilva. Era una sorta di scomunica non scritta, non ufficializzata ma c’era.

Sembrano tempi lontani, eppure era poco più di mezzo secolo fa. Dispiace partire da qui per ricordare quello che per me resterà sempre ZioRolando, tutto attaccato. Era orgogliosamente comunista – anche se poi ha seguito tutte le evoluzioni dell’allora Pci – e si sentiva un operaio prestato alla politica. Ci teneva a scriverlo dappertutto, lo metteva come prima parola nella “Navicella”, il librone con le biografie di tutti i parlamentari. Ne ho ritrovata una copia di recente nel mio ufficio romano, lasciata lì da qualche anziano collega. Già, operaio: si è sempre sentito uno della fabbrica, anche se poi ci è potuto rientrare solo anni dopo da sindaco e certo non più per lavorare.

Era un mondo diverso e anche Piombino non è quella di oggi. C’era un grande orgoglio nelle origini più umili, dalla borgata Cotone fino a tutto quel che è arrivato dopo, compresa quell’amara esperienza che avrebbe segnato la sua esistenza. Ho tanti ricordi indelebili del cammino di Rolando, ma ne vorrei raccontare due per tutti: il primo, la grande festa in piazza Verdi per la sua elezione a deputato, nel 1976. Era stato sindaco fino a pochi giorni prima e si era dimesso per partecipare alla campagna elettorale. Preferenze oltre le aspettative, anche lontano da Piombino e l’orgoglio di una città intera di poter portare a Roma – dopo tantissimi anni – uno che veniva da qui. Ho visto, quella sera,. anziani militanti piangere a dirotto e ho capito che erano tanti quelli che gli volevano bene.

L’altro più personale: ai tempi delle scuole medie, quando per le iscrizioni ogni estate bisognava portare certificati su certificati, fare file su file. Arrivai in Comune che la coda era infinita. Invece di attendere, salii nel suo ufficio e chiesi all’usciere di poterlo incontrare. Mi ricevette con uno sguardo severo, intuendo cosa potevo chiedergli: saltare la fila. Mi bruciò con lo sguardo e, senza neanche rispondermi, disse all’usciere: «Lo accompagni al piano terra e gli faccia fare la coda. Come tutti gli altri». E su quel «tutti gli altri» alzò leggermente il tono. Che lezione, ogni volta che ci ripenso torno a quei momenti in cui volevo sprofondare, tanta era la vergogna.

Anni dopo, riparlandone per caso, aggiunse: «Ogni volta che qualcuno ti fa un favore, dopo te ne chiede un altro, più grosso. Meglio evitare».

Rolando era così. Negli ultimi anni ogni volta che ci incontravamo voleva parlare di politica, era un po’ deluso ma non rinunciava a partecipare a ogni manifestazione: si è fatto accompagnare da suo figlio Fabio a quella del 25 aprile e certamente anche oggi avrebbe voluto celebrare il 1° maggio, la festa che più di ogni altra sentiva sua, «perché – diceva – quando a un uomo si toglie il lavoro gli si toglie la dignità». Un giorno simbolo, anche per un funerale come il suo.

Grazie di tutto ZioRolando, che la terra ti sia lieve.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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