Il Tirreno

I sapori di Pasqua secondo lo chef Claudi

PORTOFERRAIO. Pasqua sull’onda dei sapori antichi. Per accorgersi che siamo fuori dal periodo penitenziale della Quaresima che aveva in qualche modo mortificato il corpo ma soprattutto il palato,...

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PORTOFERRAIO. Pasqua sull’onda dei sapori antichi. Per accorgersi che siamo fuori dal periodo penitenziale della Quaresima che aveva in qualche modo mortificato il corpo ma soprattutto il palato, ecco che Pasqua diventa per tradizione all’Elba un’esplosione della cucina ritenuta (ingiustamente) povera.

«Non c’è casa isolana – scrive Alvaro Claudi, chef che lavora nei più rinomati alberghi dell’Elba e appassionato cultore di cucina elbana – che non profumi di un buon pane appena sfornato. Sicuro che abbia anche un significato arcano, in ricordo di quel pane azzimo simbolo della cristianità».

Fino agli anni Sessanta (ma la tradizione continua in alcune zone) il pane delle feste era aromatizzato con anice, finocchio o addizionato con uvetta, pinoli, fichi secchi, tanto per differenziarlo dal “pane quotidiano” e veniva anche modellato in forme e fogge diverse. Successivamente a questi ingredienti si aggiunse anche il miele che poi a sua volta, grazie ad un graduale miglioramento del tenore di vita, fu sostituito dallo zucchero. Notevole interesse suscita poi il pane con gli uccelli, detto anche pane ferettato un tipo di pane azzimo di probabile provenienza araba.

A San Piero si è solito mangiare il “pane con gli uccelli” o detto anche “pane ferettato”. «È un pane azzimo – continua Claudi – probabilmente di origine araba, decorato prima con uccelli attorno all’uovo sodo come simbolo di fertilità e poi con simboli religiosi».

E veniamo ora nel versante orientale dell’Isola. Qui la fanno da leoni la sportella e il cerimito. Essi raffigurano gli organi riproduttivi. Sono presenti sia nella versione più antica (senza zucchero), sia nella versione dolce più recente con zuccherini colorati, ancora attualmente in voga presso le famiglie elbane. Questi pani venivano usati come dichiarazione d’amore fra i giovani che si “guardavano”. «Anche la caccilebbora – aggiunge Alvaro Claudi - è di origine antichissima, il cui nome deriva probabilmente da caccialepre, era uno di quei pani, rappresentanti il sesso femminile, che venivano offerti alla dea Cerere protettrice dell’agricoltura affinché favorisse una stagione fertile e abbondante».

La schiaccia di Pasqua, non è molto dissimile da quella che si trova nell’entroterra toscano, anche se la caratteristica di quella elbana è che si deve lasciare lievitare 100 ore.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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