Il Tirreno

Enduro selvaggio nei sentieri del Parco

di Stefano Taglione
Enduro selvaggio nei sentieri del Parco

Polemiche ed esposti alla Forestale per un raduno motoristico lungo i tornanti del Monte Calamita a Capoliveri

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CAPOLIVERI. Ennesimo scontro fra amanti della natura e motociclisti sugli ormai consueti raid nelle strade del Parco.

I membri del “Capoliveri Bike Park”, un gruppo di cicloamatori che si occupa anche della manutenzione dei sentieri sul Monte Calamita, nel Comune di Capoliveri, puntano il dito contro i raduni motoristici promossi dalla Ktm e dal pilota Fabio Fasola.

Ben tredici weekend, da Pasqua a novembre, sono i numeri del business dell’Enduro all’Elba, ma secondo l’organizzazione «spesso non si raggiunge il numero minimo di partecipanti e gli appuntamenti saltano». Per quattro giorni sulle strade sterrate dell’isola bisogna sborsare 610 euro in formula “all inclusive”.

Le iniziative sono pubblicizzate nella sezione “Adventure Tours” di Ktm. Il presidente del “Bike Park” Davide Luperini, definisce questi raduni «illegali e dannosi». «Scorrazzano senza regole dentro il Parco – afferma – e noi dobbiamo rimettere apposto i sentieri perché il Pnat non lo fa. Il monte Calamita è diventato un campo di motocross dove sono stati scavati fossi anche di un metro. Non si possono rovinare i sentieri con iniziative a scopo di lucro».

Legambiente, che ogni anno contesta le iniziative motoristiche, si schiera apertamente con il “Bike Park”, mentre il campione di Enduro Fabio Fasola non vuole sentire parlare di danni.

«Non facciamo alcuno scempio – dice – ma vogliamo solo delle aree dove poter andare in moto. L’Elba per noi è come Wimbledon per i tennisti, nel 1981 la Sei Giorni Internazionale di Enduro si è svolta qui. Inoltre – continua Fasola – negli elbani c’è una crescente passione per questo sport e ogni domenica, a Punta Calamita, siamo in 100-120 persone a divertirci». I riders non si renderebbero neanche conto di varcare i confini del Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano.

«La cartellonistica è spesso inesistente – lamenta Fasola – e in alcuni comuni è sbagliata. Per noi è un danno enorme. Due anni fa abbiamo ricevuto delle multe, ma ultimamente non siamo più stati sanzionati. Ciò nonostante veniamo additati come distruttori, anche se molto spesso alcuni riders hanno addosso la mia tuta in commercio pur non avendo niente a che fare col mio gruppo. Le nostre moto – conclude Fasola – sono immatricolate e in regola con il codice della strada. Certo è un grande handicap non poter sapere in che zona ci si trovi, se protetta o meno».

Ma secondo il comandante del Corpo Forestale di Portoferraio, Fabio Flamini, i riders devono sapere sempre dove vanno, perché «i confini delle aree protette sono pubblici». «Devono rispettare il codice della strada – dice – e possono viaggiare senza problemi su strade pubbliche e private sia asfaltate che sterrate. Non possono però avventurarsi fra i sentieri naturalistici, sia fuori che dentro il Parco. In questo caso la multa nell’area protetta ammonta a 344 euro, mentre fuori è della metà. In passato abbiamo fatto diverse contravvenzioni ai riders».

Per tutti i raduni, inoltre, se è previsto l’ingresso dentro i confini del Parco nazionale, bisogna prima chiederne il nullaosta alla direzione dell’Ente Parco. «Essendo manifestazioni sportive – continua Flamini – devono prima essere autorizzate, anche se si attraversa una strada asfaltata». Le polemiche fra motociclisti e ambientalisti in Italia non sono certo una novità. Il Comune di Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia, aveva proibito a enduristi e crossisti di avventurarsi sui colli delle terre matildiche.

Ma l’ordinanza è stato impugnata dai riders che si sono rivolti al Tribunale amministrativo regionale dell’Emilia Romagna.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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