Il Tirreno

Costi elevati per il carcere a Pianosa

di Stefano Taglione
Costi elevati per il carcere a Pianosa

La spesa minima prevista è di 5 milioni, ma tutte le strutture hanno bisogno di interventi e serve un depuratore

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PIANOSA. Servono almeno 5 milioni di euro per rimettere a posto il carcere di Pianosa. E’ la cifra prevista dall’amministrazione penitenziaria di Porto Azzurro, frutto di uno studio effettuato un anno fa con l’obiettivo di riportare un centinaio di detenuti nell’ex prigione: 50mila euro a persona. Questa la spesa senza il costosissimo 41bis. La riapertura del carcere di massima sicurezza, dalle ultime indiscrezioni giunte da Roma, pare infatti sempre più remota. I costi da sostenere lieviterebbero a 20-25 milioni di euro. Cifre che evidentemente il governo Monti non può tirare fuori. Ma anche per il carcere tradizionale, con annessa colonia agricola, le spese non finirebbero qui.

A Pianosa mancano le infrastrutture di base per supportare un carico antropico elevato. Innanzitutto non esiste un depuratore, se non un piccolo impianto collegato ad una caserma per gli agenti penitenziari. Fino al 1998, anno in cui la casa circondariale fu chiusa dopo 140 anni di attività, le acque nere finivano direttamente in mare. Oggi è proibito. Servono quindi ingenti investimenti, oltre ai costi del personale.

La proposta del ministro della giustizia, Paola Severino, non è però rimasta inascoltata. Mercoledì la guardasigilli e il presidente della Regione, Enrico Rossi, hanno affrontato per la prima volta il nodo Pianosa. La Regione non si è tirata indietro e fa sapere che quello di due giorni fa è stato solo il primo di una serie di incontri.

Dall’Elba, invece, i pareri sono contrastanti. Sei sindaci su otto sono totalmente contrari alla riapertura del penitenziario, con l’eccezione dei primi cittadini di Porto Azzurro e Rio Marina che, pur di rivedere Pianosa come era una volta, sarebbero disposti ad accogliere i detenuti. La proposta del ministro Severino infatti, si scontra con un’isola che sta cadendo a pezzi dal 1998. Case che si tengono in piedi per miracolo, vetri disseminati ovunque e perfino scontri in tribunale per stabilire la proprietà dei vari edifici in procinto di crollare.

Le cose non vanno meglio per le strutture carcerarie: alla caserma Bombardi, fra le costruzioni più recenti in dotazione alle forze di polizia, mancano infissi, sanitari e il degrado regna sovrano. Gli elettrodomestici erano nuovissimi. Comprati pochi mesi prima della chiusura del carcere, oggi sono un ammasso di ruggine con certificato di garanzia annesso. Inutile dire che dovranno essere ricomprati.

La nota positiva dell’eventuale riapertura del carcere tradizionale consisterebbe nella salvaguardia dell’economia turistica. Secondo gli addetti ai lavori le due realtà potrebbero coesistere, mentre col 41bis l’isola diverrebbe totalmente inaccessibile. Un peccato, dato che da qualche anno Pianosa è tornata meta di vacanzieri, anche se i problemi ultimamente non sono mancati. La scorsaestate, nonostante l’afflusso turistico senza precedenti, non c’era alcun presidio sanitario. A dicembre, inoltre, è stato sospeso senza preavviso il collegamento marittimo in continuità territoriale dato in appalto dal Comune di Campo. Il servizio “navetta”, attivo in teoria tutto l’anno, è ripreso da poco, dopo due mesi di stop. Come andrà a finire non si sa, ma l’ipotesi di riapertura del carcere non è poi così improbabile, con buona pace della direttrice del Parco nazionale Franca Zanichelli, il cui sogno era far dipingere la cinta muraria dai bambini.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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