Il Tirreno

Finto pacco bomba, fu una vendetta

di Cristiano Lozito
Finto pacco bomba, fu una vendetta

Denunciato per estorsione un operaio di 53 anni: la banca gli aveva negato un fido per aprire un’attività commerciale

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PIOMBINO. «Mi spiace, ma purtroppo non possiamo concederle il fido che ci ha richiesto». Tremila euro che a lui, operaio edile di 53 anni, servivano per aprire un’attività commerciale, una piccola rosticceria. Per cambiare vita, insomma.

Quel no della sua banca, il Credito cooperativo di Castagneto, ha mandato a monte il suo sogno, e proprio non gli è andato giù.

Ci ha rimuginato un po’, poi ha messo in piedi un piano, folle quanto ingenuo, per entrare in possesso dei soldi e soprattutto far pagare alla banca il suo rifiuto: un finto pacco bomba da lasciare nella sede dell’istituto, poi una telefonata al direttore per minacciarlo di far esplodere l’ordigno se non gli avesse consegnato una somma di denaro.

Una specie di vendetta, dunque, secondo la ricostruzione dei carabinieri che dopo oltre tre mesi di lavoro hanno chiuso l’indagine sul finto pacco bomba dello scorso 2 dicembre, denunciando per estorsione un operaio piombinese di 53 anni .

A tradirlo, oltre alla telefonata al direttore, le immagini registrate dalla telecamera in banca e le impronte digitali impresse sul sistema biometrico della bussola che consente l’accesso alla banca: utili a testimoniare che l’uomo – nonostante non risultassero operazioni a suo nome quel giorno – in realtà era entrato negli uffici del Credito, affollato di clienti, riuscendo a mettere il pacco accanto alla fioriera, senza essere notato da nessuno.

La telefonata al direttore del Credito cooperativo, Marco Guarguaglini, con cui veniva annunciata la presenza della bomba, fu presa subito sul serio.

Nello spazio angusto della sala d’aspetto infatti non fu difficile individuare quel pacchetto chiuso con del nastro adesivo: dentro c’era un libro finto, cavo all’interno, contenente un dispositivo elettronico come quelli usati per misurare la frequenza cardiaca, da cui uscivano dei fili collegati a panetti di plastilina avvolti in fogli di alluminio.

Tutto finto, ma comunque realizzato con grande cura. Sembrava davvero un ordigno al plastico, insomma, tanto che i carabinieri - sotto la guida del comandante della compagnia Salvatore Muratore - allertarono subito gli artificieri, evacuando la banca e transennando tutta la zona intorno a via Petrarca, tra gli incroci con via Veneto e via Turati.

L’esame degli artificieri poco dopo permise di stabilire che il meccanismo elettronico non era un congegno a orologeria.

Passata la paura iniziarono le indagini. Un’attività intensa, quella dei carabinieri, incentrata soprattutto su alcuni elementi fondamentali. Intanto l’ascolto della telefonata di minacce giunta al direttore quella mattina, che ha costituito il punto di partenza per l’inchiesta.

Poi l’analisi minuziosa delle immagini raccolte dalle telecamere di videosorveglianza collocate all’interno dell’Istituto, in cui a un certo punto si vedeva entrare un uomo con un giubbotto scuro sotto il quale s’intuiva la presenza di un oggetto voluminoso, quindi l’esame delle impronte digitali lasciate all’ingresso.

Infine, quando ovviamente gli altri elementi avevano già portato le indagini in una direzione precisa, le deposizioni rese dal direttore e dagli impiegati, e in particolare la circostanza del fido rifiutato, hanno consentito di chiudere il cerchio e di formulare l’accusa nei confronti dell’operaio.

I risultati delle indagini sono finiti sul tavolo del sostituto procuratore Giuseppe Rizzo, che ha coordinato le attività successive.

Proprio il pubblico ministero livornese a quel punto ha ordinato una perquisizione a casa dell’operaio, in cui è stato sequestrato materiale dello stesso tipo utilizzato per confezionare il finto pacco bomba, oltre agli indumenti utilizzati dall’uomo il giorno in cui aveva deposto il pacco bomba all’interno della Banca, come dimostravano le immagini video.

Ma la perquisizione ha dato anche un altro risultato: l’uomo infatti aveva in casa tre sciabole giapponesi e cinque cartucce calibro 3.57 magnum, motivo per cui oltre che per la tentata estorsione, l’operaio è stato denunciato anche per detenzione abusiva di armi e munizioni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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