Il Tirreno

«Amo questa città, bisogna iniziare ad attirare turismo»

L’autrice del libro fenomeno “Acciaio” parla dell’affetto per Piombino e del suo rapporto con la fabbrica

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di Francesca Lenzi

PIOMBINO

La prima volta che viene a Piombino è una bambina di sette anni. Entra in città sull’auto guidata dal babbo e vede quel gigante di ferro e fuoco che la attrae e spaventa allo stesso modo. A quel colosso dedicherà quasi vent'anni dopo un libro. Un romanzo da mezzo milione di copie, tradotto in tutto il mondo, vincitore di premi, diventato ora film. Silvia Avallone e Piombino. Un legame che nasce nell'infanzia e trova espressione emotiva in "Acciaio", clamoroso successo letterario edito dalla Rizzoli nel 2010.

Quando inizia a conoscere Piombino?

«Fin dalla seconda elementare, appena il mio babbo vi si trasferisce. Qui passo le mie vacanze estive, e a 16 anni mi fermo per tre stagioni, frequentando il liceo classico».

Qual è il suo primo ricordo? I luoghi che più le piacevano?

«Sono stata subito colpita dall'immagine imponente della fabbrica, una creatura di ferro in mezzo al mare. Chiesi subito, incuriosita, cosa fosse; avrei voluto vederla da vicino. Poi i momenti da bambina più piacevoli sono legati al mare, alla spiaggia di Salivoli soprattutto. Andavamo sempre a pescare nella spiaggetta dietro lo scoglio d'Orlando».

Nel corso degli anni invece, quali sono i posti che ha amato di più?

«Quando ho iniziato a guidare ho scoperto il Quagliodromo, che tuttora è la mia spiaggia preferita. Ho sempre amato la sua acqua meravigliosa (tanto che fra di noi la chiamavamo Bahamas) e il fatto che in lontananza si vedesse la fabbrica. Uno scenario unico, fatto di mare e acciaierie, ma anche di baracchine sul Cornia».

Più volte nelle sue dichiarazioni torna il concetto di Piombino come città piena di contraddizioni...

«Quella più vistosa è l'immagine della cittadina di mare, con la parte vecchia del centro così simile all'isola d'Elba, e poi la fabbrica, una realtà tanto diversa, ma in armonia. Prendiamo Taranto. Anche lì, un'altra città sul mare, c'è l'industria. Ma al contrario di Piombino la contraddizione è violenta, e gli stessi abitanti vedono come un nemico lo stabilimento».

Piombino e l'industria. Cosa ne pensa?

«Credo sia giusto pensare al turismo. Attirare i turisti e convincerli a fermarsi invece di imbarcarsi subito per l'Elba. Ne conosco tanti che una volta vista Piombino sono tornati a visitarla. Sono però anche convinta che non si debba rinunciare alla fabbrica, che fa parte dell'identità di Piombino, e che ha permesso anche a tanti ragazzi di farsi una famiglia. Per questo penso che la crisi sia da combattere, anche sul piano nazionale. Perché l'acciaio di Piombino è una ricchezza nazionale».

Come sono i ragazzi di Piombino?

«Conosco sia persone che sono partite per andare a studiare o lavorare fuori, sia ragazzi che sono entrati a lavorare nell'industria. Sicuramente vedo un forte legame con la città».

E i piombinesi come sono?

«Ho sempre amato il loro aspetto solare e l'esuberanza. Ricordo con molto piacere le "vasche" del sabato pomeriggio, lo stare all'aria aperta, il senso di comunità della provincia».

Una parte dei piombinesi ha criticato il suo libro. Col senno di poi, avrebbe cambiato qualcosa?

«Lo avrei riscritto esattamente allo stesso modo. Non avrei mai ambientato la mia storia in un posto che non amo. Si deve distinguere fra i temi trattati e l'ambientazione. I temi sono generali, oltrepassano il territorio e rispondono alla difficoltà dell'oggi, del vivere in una società che antepone il successo allo studio, della vita in fabbrica, così diversa da un tempo. Questi problemi vanno denunciati, e i modi possono anche essere crudi. Le polemiche in ogni caso hanno pure un aspetto positivo. Arrivare a discutere attorno a un libro mi sembra una cosa buona».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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