Il Tirreno

Ieri il vertice dal vice prefetto: tra le ipotesi in campo ne spunta una a sorpresa

Altro che trappole o doppiette Sarà l'esercito ad abbattere i cinghiali

Luca Centini
Un cinghiale al pascolo su un prato e (a destra) il suo nemico cacciatore
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Un cinghiale al pascolo su un prato e (a destra) il suo nemico cacciatore

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PORTOFERRAIO. Il Parco e i cacciatori litigano. Gli enti temporeggiano, mentre i cinghiali continuano a proliferare. Sono questi, in pillole, gli elementi del rebus degli ungulati all'isola d'Elba. Servono soluzioni? Sì, ma i trappolamenti costano troppo e non sono efficaci, almeno secondo i cacciatori che si offrirebbero di uccidere i cinghiali gratuitamente. Ma - è inutile sottolinearlo - questa ipotesi non sta bene nè al Parco, nè a chi in generale ha a cuore gli animali. Troppo crudele e, poi, nel parco non si può cacciare. Insomma, per sbrogliare la matassa «ci vorrebbe l'esercito», verrebbe quasi da dire. Occhio però, perché in questa situazione intrigata almeno quanto la vegetazione della macchia elbana quella che sembrerebbe una «boutade» rischia di trasformarsi davvero nella soluzione possibile.  Ieri alcuni rappresentanti del neonato comitato per l'eradicazione dei cinghiali hanno incontrato il vice prefetto Giovanni Daveti per consegnare le quasi mille firme raccolte e per sondare il terreno per una soluzione condivisa del problema che ormai si sta trascinando da mesi. «Gli ungulati rischiano di distruggere sul nascere un settore agricolo che, all'Elba, sta mostrando una vitalità inaspettata - spiega Vittorio Rigoli, uno dei responsabili del comitato per l'eradicazione dei cinghiali - dobbiamo prendere atto, dopo mesi, che sia il Parco che tutti gli altri attori coinvolti non sono in grado di risolvere la vicenda. E intanto i danni per i cinghiali si moltiplicano».  Nell'incontro di ieri i responsabili del comitato hanno fatto il punto sulle strategie in campo per limitare il problema degli ungulati. E proprio tra queste ipotesi è spuntata anche la possibilità di far intervenire i militari della base logistica a Valcarene. «Per adesso è solo un'ipotesi come tante altre - racconta Vittorio Rigoli - dobbiamo prendere atto che il Parco si è mosso e ha deciso di incrementare gli investimenti per i trappolamenti, anche se i costi sono fin troppo elevati e l'efficacia non è affatto scontata. D'altra parte l'intervento dei cacciatori sarebbe fuori dalle regole, perché dentro i confini del Parco non si può cacciare».  Ecco quindi che l'intervento dell'esercito, per quanto inconsueto, diventa una delle possibilità. E' chiaro tuttavia che per chiamare in causa i militari servirebbe una richiesta esplicita di almeno uno dei sindaci che, prendendo atto dell'impossibilità di risolvere il problema, chieda aiuto al prefetto. L'esercito ha infatti la facoltà di intervenire nei casi di emergenza sanitaria o idrogeolgica, dal momento che il continuo passaggio di un numero sempre maggiore di cinghiali rischia di allentare il terreno, creando il pericolo di piccoli smottamenti. «Al momento l'attivazione dell'esercito è solo una delle ipotesi sul tavolo - racconta Rigoli del comitato - ma è certo è che serve al più presto una soluzione rapida e risoluta. Personalmente non ritengo che sia diverso se ad abbattere un cinghiale sia un selecontrollore, una guardia venatoria o un militare. Inoltre è dimostrato che la caccia è utile per tenere sotto controllo il numero dei cinghiali in situazioni normali, ma non è efficace quando l'esplosione riproduttiva è già avvenuta. E poi nel Parco non ci si può cacciare, permetterlo creerebbe un precedente. Non credo ci si debba spaventare - conclude Rigoli - di un eventuale intervento dei militari, che peraltro sono le persone più indicate a gestire una situazione di emergenza».

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