Il Tirreno

Silvestre Ferruzzi sulle tracce del disastro aereo del 1960 in cui morirono 11 persone

Quel pezzo di fusoliera riporta in vita la tragedia dimenticata del Capanne

Luca Centini
Quel pezzo di fusoliera riporta in vita la tragedia dimenticata del Capanne

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 MARCIANA. Il pezzo di fusoliera arrugginito, accartocciato dallo schianto, lascia ancora che si riconosca un finestrino. C'è un sottile pezzo di corda resistito al tempo, quello che forse legava una tendina. Solo frammenti di lamiera per chi non ricorda, per chi non conosce ciò che accadde il 14 ottobre del 1960 in quel bosco quasi dimenticato, sovrastato dal Monte Capanne e dal Monte Giove. L'aereo "de Havilland Dh.114" della compagnia Itavia fu travolto da un temporale terribile e si schiantò sulle pendici del monte Capanne. Erano le 15,50, lo stesso orario che segnava l'orologio al polso di una delle undici vittime, quattro membri dell'equipaggio e sette passeggeri. Quell'areo era partito da Roma Urbe. Sarebbe dovuto arrivare a Genova, ma non superò mai i monti a picco sul mare dell'Elba.  Il pezzo di fusoliera senza significato per alcuni ha un valore immenso per Silvestre Ferruzzi, architetto di 35 anni che, armato di gps si è incamminato su per la montagna e ha recuperato il rottame del velivolo. Non era ancora nato, ma quella tragedia gli è stata scolpita addosso da decine di racconti. Domenica scorsa è tornato proprio dove, 52 anni fa, si era avventurato il padre Paolo, anche lui architetto ed ex docente dell'Accademia delle Belle Arti a Roma. Aveva 16 anni. Fu tra i primi a raggiungere il luogo del disastro, inviato dal giornalista Mario Mazzei de "Il Telegrafo" per documentare fotograficamente l'incidente. «Arrivai la domenica mattina, dopo che i resti furono trovati da Antonio Arnaldi. Stava cercando funghi - racconta Paolo Ferruzzi - non ci volle molto per capire che era un inferno anche se non c'era un goccio di sangue, la pioggia si era portata via tutto. Restavano solo undici povere persone, rese irriconoscibili dallo schianto. Quelle immagini mi tormentano da anni. Le mani mozzate all'altezza dei polsi del pilota stringevano ancora la cloche dell'aereo. C'era anche una bambina: il suo corpo era quasi intatto, ma le ossa si erano frantumate. Sembrava una bambola di cera».  Furono i medici condotti di Marciana Vadi e Parlanti ad avere l'ingrato compito di portare via i resti dei passeggeri. Tra loro c'era anche una bambina di quattro anni, un sindacalista, un avvocato, un ragioniere, persino un esportatore di nazionalità giapponese. «L'unica donna a bordo portava con sè le ceneri del padre morto - racconta Silvestre Ferruzzi - tutti avevano una storia, ma nessuno di loro poteva credere che quell'areo si sarebbe andato a schiantare sul Capanne». Poi calò la tragedia, con i funerali e il corteo delle undici bare che si celebrò con i familiari, arrivati nel frattempo nell'Hotel Monte Capanne, di proprietà dei genitori di Paolo Ferruzzi. «Ognuno di noi si portò via un pezzo di aereo - racconta Ferruzzi - mi ricordo che le candele andavano a ruba. Montate sulle auto avevano una durata infinita».  Il disastro, all'epoca, fece scalpore. Poi il tempo lo ha fatto dimenticare e i resti dell'aereo sono arrugginiti in quel bosco a 750 metri di altezza. Risucchiati dall'oblio e risvegliati di tanto in tanto dalle visite di alcuni escursionisti o curiosi. Ma l'impressione è che, domenica scorsa, si sia chiuso il cerchio. Silvestre si è appassionato alla vicenda, è diventato uno dei curatori della pagina di Wihipedia sul disastro aereo. Domenica ha camminato per qussi due ore e mezza e si è portato sulle spalle quel pezzo di fusoliera, quel frammento di storia che sarà esposto nel museo etnografico di Marciana. «Quando ho visto quel rottame mi sono emozionato - racconta Paolo Ferruzzi - si riconosce ancora il finestrino. Chissà se guardando fuori, nell'attimo della tragedia, qualcuno si è reso conto di andarsi a schiantare contro il monte».  

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