Italia
Le contraddizioni, l'anima di Piombino e la forza di Silvia
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La produzione e lo staff del regista Mordini, come mi spiegò molto francamente il produttore Carlo Degli Esposti della Palomar, rispondendo a una delle mie telefonate di protesta, avevano la necessità di tenere il set blindato a giornalisti e fotografi per loro ragioni aziendali. Quindi: inutile insistere, non ci sarebbero state interviste e non saremmo stati ammessi sul set. Noi, come altrettanto francamente spiegai a Degli Esposti, avevamo il dovere di raccontare ai nostri lettori cosa succedeva man mano che le riprese di "Acciaio" procedevano nelle varie zone della città. E così è stato.
Fra battibecchi, arrabbiature e scambi di brutte parole ai margini del set, abbiamo comunque provato a documentare le varie fasi delle riprese con centinaia di foto "rubate" col teleobiettivo, e con un puntiglioso lavoro di ricostruzione di quanto avveniva sul set raccogliendo decine di testimonianze fra comparse, comprimari e i tanti piombinesi coinvolti in vario modo nelle riprese. Mi piace pensare che l'invito della Palomar a partecipare da protagonisti alla serata romana per "Acciaio" sia anche una stretta di mano dopo le forti tensioni dei mesi scorsi, e un riconoscimento per il lavoro da noi svolto in questa circostanza. Un lavoro, quello della nostra redazione di Piombino, che ha seguito passo passo la straordinaria escalation di "Acciaio" e della sua autrice, Silvia Avallone, fin dall'uscita del romanzo il 20 gennaio 2010. Un lavoro, quello di noi cronisti, che - mentre il libro della Avallone si diffondeva con successo in tutta Italia e anche all'estero - ha finito per travalicare i confini della cronaca culturale e del fenomeno di costume, per approdare ad aspetti più di carattere sociale, incentrandosi sul controverso rapporto sorto attorno al tema della Piombino raccontata da "Acciaio" e la Piombino ritenuta reale, almeno da una parte dei cittadini. Un tema che ha spaccato la città: da una parte quelli che sostenevano, e forse sostengono ancora, che "Piombino non è Acciaio", dall'altra quelli di "Giù le mani da Acciaio" come vennero chiamati due gruppi con numerosi iscritti, non solo piombinesi, che si fronteggiarono a lungo su Facebook.
Due anime della complessa realtà piombinese che, con tantissimi interventi nel giro di pochi giorni, trovarono sfogo e si alimentarono anche sulle pagine del nostro giornale. Ci vorrebbe molto tempo per ricordare, senza banalizzare, i dettagli di quella contesa aspra quanto affascinante che catalizzò per giorni l'attenzione della città. Un dibattito che toccava le parti vive della realtà piombinese, come il rapporto fra la città e le fabbriche, fra il lavoro dei padri e dei nonni e il desiderio di orizzonti più ampi, fra le aspettative delle giovani generazioni e la dura quotidianità di un mondo ancora interamente ruotante attorno a quell'altoforno, così poeticamente descritto da Silvia Avallone nelle pagine del suo romanzo. Un dibattito che si riaccende ancora, ogni volta che in città si riparla di "Acciaio", e che trovò il suo culmine nella serata del 22 aprile 2010 quando Silvia Avallone, già in corsa per il premio Strega e col suo "Acciaio" ormai best seller, tornò a Piombino per presentare il suo libro, ma soprattutto per confrontarsi con quella città che per una parte contestava la sua opera in modo anche feroce e che per un'altra parte, decisamente maggioritaria, le riconosceva il merito di aver centrato il bersaglio più dolente, e pudicamente nascosto. Una città che era stata simbolo della forza della classe operaia, ora fotografata nell'attimo in cui si disfacevano le ultime certezze - diciamo epiche - secondo le quali fumo delle ciminiere e pane coincidevano al centro della vita, per avventurarsi invece verso un futuro dove certezze non ce n'erano più.
In quella serata, davanti a una platea che applaudiva e fischiava compressa in una piccola sala cittadina, Silvia Avallone difese con lucidità e onestà intellettuale il suo romanzo, e tenne testa con forza e serenità ai contestatori uscendone alla fine con un accresciuto rispetto per il suo libro e per il suo lavoro di scrittrice. Ora, è quasi inutile sottolinearlo, c'è a Piombino grandissima attesa per il film tratto dal romanzo di Silvia Avallone. La fase delle riprese, finita poche settimane fa, è stata seguita con curiosità e spirito festoso dalla città. Mi auguro, e auguro a quanti ci hanno lavorato, che sia un bel film, e che sappia restituire, insieme ai tanti percorsi tematici che ci sono nel libro, anche quell'immagine così controversa di Piombino che emerge dalle pagine di "Acciaio". La Piombino del romanzo è soprattutto un simbolo di una realtà fatta di contrasti e contraddizioni, ha detto più volte Silvia Avallone ed è certamente vero, ma Piombino è anche una città reale, in cui migliaia di persone continuano a lottare dentro al circuito scandito dai tre turni di lavoro nelle acciaierie. Una città che i giovani abbandonano per cercare opportunità altrove; una città che oggi - molto più che negli anni in cui è ambientato "Acciaio" - guarda con angoscia e con un crescente senso di impotenza all'incertissimo futuro delle sue fabbriche, alle prese con la peggiore crisi della loro storia. Nicola Stefanini
Fra battibecchi, arrabbiature e scambi di brutte parole ai margini del set, abbiamo comunque provato a documentare le varie fasi delle riprese con centinaia di foto "rubate" col teleobiettivo, e con un puntiglioso lavoro di ricostruzione di quanto avveniva sul set raccogliendo decine di testimonianze fra comparse, comprimari e i tanti piombinesi coinvolti in vario modo nelle riprese. Mi piace pensare che l'invito della Palomar a partecipare da protagonisti alla serata romana per "Acciaio" sia anche una stretta di mano dopo le forti tensioni dei mesi scorsi, e un riconoscimento per il lavoro da noi svolto in questa circostanza. Un lavoro, quello della nostra redazione di Piombino, che ha seguito passo passo la straordinaria escalation di "Acciaio" e della sua autrice, Silvia Avallone, fin dall'uscita del romanzo il 20 gennaio 2010. Un lavoro, quello di noi cronisti, che - mentre il libro della Avallone si diffondeva con successo in tutta Italia e anche all'estero - ha finito per travalicare i confini della cronaca culturale e del fenomeno di costume, per approdare ad aspetti più di carattere sociale, incentrandosi sul controverso rapporto sorto attorno al tema della Piombino raccontata da "Acciaio" e la Piombino ritenuta reale, almeno da una parte dei cittadini. Un tema che ha spaccato la città: da una parte quelli che sostenevano, e forse sostengono ancora, che "Piombino non è Acciaio", dall'altra quelli di "Giù le mani da Acciaio" come vennero chiamati due gruppi con numerosi iscritti, non solo piombinesi, che si fronteggiarono a lungo su Facebook.
Due anime della complessa realtà piombinese che, con tantissimi interventi nel giro di pochi giorni, trovarono sfogo e si alimentarono anche sulle pagine del nostro giornale. Ci vorrebbe molto tempo per ricordare, senza banalizzare, i dettagli di quella contesa aspra quanto affascinante che catalizzò per giorni l'attenzione della città. Un dibattito che toccava le parti vive della realtà piombinese, come il rapporto fra la città e le fabbriche, fra il lavoro dei padri e dei nonni e il desiderio di orizzonti più ampi, fra le aspettative delle giovani generazioni e la dura quotidianità di un mondo ancora interamente ruotante attorno a quell'altoforno, così poeticamente descritto da Silvia Avallone nelle pagine del suo romanzo. Un dibattito che si riaccende ancora, ogni volta che in città si riparla di "Acciaio", e che trovò il suo culmine nella serata del 22 aprile 2010 quando Silvia Avallone, già in corsa per il premio Strega e col suo "Acciaio" ormai best seller, tornò a Piombino per presentare il suo libro, ma soprattutto per confrontarsi con quella città che per una parte contestava la sua opera in modo anche feroce e che per un'altra parte, decisamente maggioritaria, le riconosceva il merito di aver centrato il bersaglio più dolente, e pudicamente nascosto. Una città che era stata simbolo della forza della classe operaia, ora fotografata nell'attimo in cui si disfacevano le ultime certezze - diciamo epiche - secondo le quali fumo delle ciminiere e pane coincidevano al centro della vita, per avventurarsi invece verso un futuro dove certezze non ce n'erano più.
In quella serata, davanti a una platea che applaudiva e fischiava compressa in una piccola sala cittadina, Silvia Avallone difese con lucidità e onestà intellettuale il suo romanzo, e tenne testa con forza e serenità ai contestatori uscendone alla fine con un accresciuto rispetto per il suo libro e per il suo lavoro di scrittrice. Ora, è quasi inutile sottolinearlo, c'è a Piombino grandissima attesa per il film tratto dal romanzo di Silvia Avallone. La fase delle riprese, finita poche settimane fa, è stata seguita con curiosità e spirito festoso dalla città. Mi auguro, e auguro a quanti ci hanno lavorato, che sia un bel film, e che sappia restituire, insieme ai tanti percorsi tematici che ci sono nel libro, anche quell'immagine così controversa di Piombino che emerge dalle pagine di "Acciaio". La Piombino del romanzo è soprattutto un simbolo di una realtà fatta di contrasti e contraddizioni, ha detto più volte Silvia Avallone ed è certamente vero, ma Piombino è anche una città reale, in cui migliaia di persone continuano a lottare dentro al circuito scandito dai tre turni di lavoro nelle acciaierie. Una città che i giovani abbandonano per cercare opportunità altrove; una città che oggi - molto più che negli anni in cui è ambientato "Acciaio" - guarda con angoscia e con un crescente senso di impotenza all'incertissimo futuro delle sue fabbriche, alle prese con la peggiore crisi della loro storia. Nicola Stefanini
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