Sicurezza
Vecchi operai e giovani precari uniti dalla drammatica consapevolezza che è in gioco il posto di lavoro
Incertezza, ma non rassegnazione
Tante preoccupazioni tra i lavoratori: nessuno ormai si sente al sicuro
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PIOMBINO. Lo sciopero di ieri mattina ha il volto di 4mila persone scese in piazza per manifestare a difesa dell'industria e dell'economia del comprensorio. Il sentimento più diffuso è l'incertezza. «Siamo qui perché non sappiamo cosa ci accadrà - dice Fabio Turini, 32 anni, da undici operaio alla Lucchini - Manifestiamo per riuscire a vedere se esiste qualcosa da poter fare. Un intervento da parte dello Stato? Non saprei, adesso come adesso credo che il governo abbia altri problemi da risolvere, e non ci farei troppo affidamento». Tra pessimismo e ottimismo c'è anche chi, nell'indeterminatezza del futuro, vede precise soluzioni per uscire dalla crisi: «Oggi vogliamo risposte più certe; non è possibile ricevere ogni giorno notizie diverse - afferma Andrea Muntoni, 40 anni, da quattro lavoratore nel reparto Fmp Lucchini - Non è tollerabile questa incertezza. Credo sia fondamentale l'intervento del governo, ma soprattutto devono esserci idee. Questo stabilimento non è solo altoforno e laminatoi; c'è anche il porto. Bene, sfruttiamo la possibilità di fare altre cose, diversifichiamo». Fra gli operai in piazza ci sono anche tanti giovani, nati e rimasti a Piombino, ed entrati nell'acciaierie per vivere e mantenere una famiglia. «Sono sette anni che lavoro alla Lucchini - spiega Stefano Serni, 33enne operaio in fossa di colaggio - Siamo qui per capire cosa sta succedendo, e per far vedere che siamo in tanti e tutti preoccupati per l'avvenire. Se vedo una soluzione? Intanto penso sia indispensabile trovare un compratore, qualcuno che abbia un piano industriale serio. Io ho il contratto a tempo indeterminato, ma non mi sento sicuro». Non ci sono solo i lavoratori della Lucchini a manifestare. In corteo anche anche i dipendenti della Dalmine e della Magona, come Claudio Angeli, 35 anni, operaio dell'Arcelor-Mittal: «Non siamo solo noi a patire questa crisi, ma è l'intero comprensorio che sta soffrendo. Se l'industria non va, anche il resto, imprese e commercio va a rotoli». Tra i lavoratori preoccupati ci sono anche quelli delle ditte esterne.Stefano Pizzi, 48 anni, è un operaio della Sei, azienda che opera per la Lucchini: «Abbiamo un futuro pieno di dubbi e paure. Per ora ci è andata bene, ma il timore è di arrivare a non poter più essere pagati. In tutta questa crisi, forse per noi è anche peggio». Per lo sciopero sono arrivati anche 25 operai della Beltrame di San Giovanni Valdarno. Tra di loro, è Alessandro Tracchi, segretario provinciale Fiom Arezzo, a parlare: «A noi è stata annunciata la chiusura dell'azienda, dove abbiamo lasciato un presidio di venti lavoratori. Siamo qui anche per informare sulla nostra situazione, assurda per uno stabilimento che sta andando bene. Al momento stiamo un tavolo di discussione con la Regione e la proprietà». Accanto agli operai c'è stata anche una grande partecipazione di giovani, perlopiù studenti, che sentono proprio il difficile contesto economico della città. A riunirli e guidarli nel corteo, Federico Marrini, dei giovani comunisti: «La fabbrica riguarda anche i ragazzi che magari non andranno via e devono poter contare su questa risorsa. Oggi siamo tanti, vuol dire qualcosa». Preoccupati e solidali anche i dipendenti della Coop, come Gianluca Bassi: «Se va in crisi la siderurgia va in crisi tutto il commercio. Anche noi, negli ultimi 6 mesi, abbiamo sentito un forte calo nelle vendite». Allo stesso modo la pensa Lorella Ribaudo, del negozio di abiti da sposa in via della Repubblica: «Ho aderito allo sciopero perché la città è legata allo stabilimento, e la crisi ci coinvolge». Anche chi sulla carta è chiamato fuori dall'incertezza sente la necessità di dare sostegno alla fabbrica. «Sono in pensione dal 1992 - spiega Loretto Chelotti - Ho lavorato 33 anni alla Dalmine e oggi partecipo alla perché questa è la crisi di tutta la città». F.L.
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