Il Tirreno

Quei due in mare aperto, stremati

M. Massei Autunnali
Il peschereccio “Ippocampo” che ha effettuato il salvataggio
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Il peschereccio “Ippocampo” che ha effettuato il salvataggio

I marinai che hanno raccolto i naufraghi: «Non avrebbero potuto resistere più di un’altra mezz’ora. Nuotavano ma per effetto delle correnti restavano sempre nello stesso punto»

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PIOMBINO. Due uomini in mare, le grida disperate, la corrente sempre più forte. E' un racconto drammatico quello di Antonio Aprea, comandante del peschereccio "Ippocampo", protagonista mercoledì al largo di Baratti, del salvataggio di Paolo Bettini e del nipote Andrea Montagnani.

«Paolo Bettini e suo nipote si trovavano a circa cento metri dalla mia barca - spiega Aprea - Immediatamente mi sono fermato e gli ho chiesto se erano in grado di raggiungermi: avevo le reti in mare e non avevo la possibilità di muovermi. Niente da fare, erano troppo stanchi. Così sono tornato indietro per quanto ho potuto e ho gettato loro un salvagente con un sagolino e a quel punto sono riuscito a recuperarli e a trascinarli a braccia sulla mia imbarcazione».

Il sole di mezzogiorno e mezzo a picco come solo può esserlo quello di un bellissimo ultimo giorno di agosto: e tutto intorno il panorama di Buca delle Fate che da nemico a poco a poco si trasforma nello scenario della salvezza. Bettini e il nipote sono stremati. Il ragazzo, pallidissimo, è vistosamente ferito a un ginocchio. Aprea e il suo marinaio Mansour Monser, un tunisino cittadino italiano da molti anni, gli prestano i primi soccorsi, lo disinfettano con i mezzi che hanno a bordo e poi fasciano la gamba.

Entrambi non riconoscono il commissario tecnico della nazionale italiana di ciclismo. «Sinceramente no - commenta sorridendo Aprea - un po' perché non sono un appassionato di questo sport, un po' perché il momento era troppo concitato: vedendo due persone in mare, la prima cosa a cui ho pensato è che magari erano finite lì perché la mia barca le aveva urtate. Solo quando li ho avuti a bordo l'uomo mi ha detto che si era trattato di un ammaraggio, ma ha aggiunto solo che si chiamava Paolo e che era di Cecina. Che si trattava dell'ex campione di ciclismo l'ho saputo solo ore dopo da mia moglie al telefono. Comunque in 24 anni di attività una cosa del genere non mi era mai successa».

Recuperate le reti, l'Ippocampo riparte. Dal cellulare Aprea allerta la guardia costiera. All'altezza di Punta Falcone la barca incrocia la motovedetta della capitaneria di porto che raccoglie i due naufraghi per trasportarli finalmente a terra. L'"Ippocampo" riparte per la pesca, da cui è tornato solo ieri mattina.

La brutta avventura si chiude nel miglior modo possibile. «Hanno corso un rischio altissimo - commenta Aprea - Erano esausti. Da trenta minuti stavano nuotando cercando di andare verso nord, ma per effetto delle correnti rimanevano sempre nello stesso punto, per giunta a 4 chilometri dalla costa. Se non li avessimo notati credo che non ce l'avrebbero fatta, anche solo per disperazione: infatti ci hanno detto che una barca a vela passata poco prima non li aveva avvistati e questo per loro era stato un colpo molto duro. Per me in quelle condizioni potevano durare ancora una mezz'ora».

In quella zona l'acqua è profonda 65 metri. L'ultraleggero si trova a quella profondità, senz'altro vicinissimo al punto del salvataggio. Per inabissarsi sono bastati sette minuti, durante i quali Bettini ha cercato inutilmente di recuperare almeno i salvagenti, che però, a quanto pare, si erano aperti dentro la cabina. «E' stato comunque molto bravo - sottolinea Aprea - Ci ha raccontato che l'aereo era stato revisionato da poco, e lui non poteva immaginare un incidente simile, col mezzo che si ferma di colpo. Ha avuto molto sangue freddo durante l'ammaraggio, e pure l'accortezza di chiudere il serbatoio del gasolio. Un campione anche di coraggio».

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