Il Tirreno

I racconti dimenticati che trasformarono Faletti in scrittore

I racconti dimenticati che trasformarono Faletti in scrittore

Li spedii all'editore Dalai che dopo averli letti mi disse: mi scriva un libro con la stessa cifra letteraria e glielo pubblico

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CAPOLIVERI. Giorgio Faletti è un signore che a 61 anni ha cambiato spesso mestiere e sempre con successo. Chi scrive di lui lo descrive «poliedrico», uno di quegli aggettivi che dicono tutto e niente. Faletti ha fatto il cabarettista, il comico, il musicista, il cantante (ricordate Signor tenente, Sanremo, 1994) e da nove anni anche lo scrittore di best seller. Ed è anche, almeno così racconta, un ottimo cuoco, nonché un bravo imbianchino (di casa sua). Antonio D'Orrico, critico letterario di Sette (da non perdere la sua rubrica settimanale), lo ha definito (nientemeno) «il più grande scrittore italiano». Forse esagerando, o forse no. Fatto è che il primo romanzo di Faletti, Io uccido, uscito nel 2002 per Baldini Castoldi Dalai, ha venduto ad oggi 5 milioni di copie. Solo Il nome della rosa di Umberto Eco ha vendute più copie. Io uccido è stato anche inserito tra i 150 libri più importanti della storia d'Italia. E pensare che il primo libero di Faletti è nato abbastanza per caso, come l'autore ci racconta, dal suo buen retiro di Capoliveri (vive all'Elba dal 1991: sostiene che sia l'unico luogo in cui il cattivo tempo non lo renda intrattabile).

Da studente Faletti, piemontese di Asti, metà anno a Milano e l'altra metà (da maggio a settembre) all'Elba, era bravo a scrivere. Uno di quei ragazzi che scrivevano temi che poi i professori leggevano in classe, facendo arrossire l'interessato: «Guardate come si fa un tema, sentite bene cosa scrive Giorgio...».
Il talento della scrittura Faletti ha continuato a coltivarlo anche dopo gli studi. La sera magari faceva il cabarettista al Derby, noto locale milaese, con Teo Teocoli e Paolo Rossi, o a Drive In, programma cult di Antonio Ricci e (sostengono i politologi) del berlusconismo e la mattina scriveva racconti.

Scriveva, scriveva e i cassetti si riempivano di manoscritti. Finché un giorno la svolta. Un suo amico scrittore, Piero degli Antoni, gli chiede di partecipare alla presentazione di un suo libro. Faletti accetta. Alla fine della presentazione abbozza con l'editore dell'amico, Alessandro Dalai: «Avrei dei racconti nel cassetto molto belli da farle leggere». Ok, dice Dalai: me li mandi. Li legge e lo richiama: «Senta, Faletti, ma lo sa che scrive davvero bene. Però, sì, i racconti sono molti belli, ma non vendono. Ecco, se mi scrive un romanzo con la stessa cifra letteraria glielo pubblico».
Faletti si mette al computer e sforna un manoscritto di 700 pagine. Dalai lo pubblica. Un successo insperato. Un fiume di copie vendute. Grandi riconoscimenti ma anche molte legnate da parte dei critici.

Faletti è uno di quei tipi che, confidando forse nella Fortuna (la faccia benevola del Caso), ama tirare il cappello per aria. Si laurea in giurisprudenza, in casa sognavano un figlio avvocato o magistrato e Giorgio che fa? Accetta di fare il comico in una compagnia teatrale di Asti. «Mi ingaggiarono per un ruolo minore perché avevo un fisico molto adatto alla parte. Si trattava della parodia di Giulietta e Romeo e io con i miei occhi azzurri valutarono che potessi fare Romeo. Alla fine piacqui molto e così iniziò la mia carriera di comico», racconta divertito Faletti. Era il 1974.
Dalle aule dei tribunali il giovane Andrea si vide catalputato sui palcoscenici del cabaret. Nel 1985 fa Drive in, nel 1990 partecipa a Fantastico al fianco di Pippo Baudo, Marisa Laurito e Jovanotti.

Nel frattempo il «poliedrico» Faletti gioca anche a pallacanestro, lui che non è un pivot di statura, si fa male al ginocchio ed è costretto a stare immobile a letto. «Così decisi di studiare la musica, per la quale avevo una grande passione. Mi misi a scrivere canzoni per gli altri e a cantare io stesso», racconta. Nel 1992 va a Sanremo e in coppia con Orietta Berti canta Rumba di Tango. Due anni dopo arriva secondo con Signor tenente, ispirata alle stragi di Capàci e di via D'Amelio. «Doveva essere una canzone un po' umoristica, ma poi cambiai tono e parole e divenne un successo», ricorda.

Altra scelta di vita, altro giro di giostra: quella del romanziere. Da Io non uccido (2002) a Io sono Dio (2009), da Niente di vero tranne gli occhi ad Appunti di un venditore di donne (2010), di cui parleremo più avanti. Non prima di raccontare, approdati all'ultima puntata dell'inchiesta La scelta che mi ha cambiato la vita, che anche questa intervista a Faletti è stata abbastanza casuale. A lui avevamo pensato per aprire l'inchiesta. Ci rispose di no perché era intento a scrivere il nuovo libro, Tre atti e due tempi, ambientato nel mondo del calcio (Faletti tifa juventino), che uscirà a fine ottobre da Einuadi e sarà lungo soltanto 160 pagine.
Mentre pensavamo un po' disperati al personaggio da intervistare per l'ultima puntata, sul Corriere della Sera è uscita martedì scorso una lettera postuma di Faletti al critico letterario Giorgio De Rienzo. Titolo: «Elogio della stroncatura (mi ha aiutato a scrivere)». De Rienzo aveva dato votacci ai primi romanzi di Faletti. Raggiunta finalmente una sufficienza stiracchiata, il critico suggerisce allo scrittore: «Saremmo curiosi di vederlo all'opera con una storia italiana». Faletti accetta il consiglio e ambienta nella sua Milano l'ultimo libro, Appunti di un venditore di donne, e finalmente arriva anche il sette di De Rienzo.
A questo punto anche noi abbiamo buttato il cappello per aria. Perché non bussare di nuovo alla porta di Faletti? Che questa volta, inaspettamente, si apre: «Mi chiami nel tardo pomeriggio». Incalziamo: a che ora precisa per non disturbarla? Risposta generica: «verso sera». Proviamo a chiamarlo alle 19 e 15: sarà verso sera? No, è troppo tardi. Faletti stava uscendo. Intervista quasi saltata. Riproviamo (con il Caso ci vuole anche tenacia). Risponde Faletti: domani, venerdi 26 agosto, ore 17. Ci siamo. Finalmente. Fortunosamente. Buona fortuna a tutti.

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