Il Tirreno

Michele in arte Pennetta il musicista operaio che racconta la fabbrica

Melisanda   Massei Autunnali
Michele Carusi, in arte Pennetta
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Michele Carusi, in arte Pennetta

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PIOMBINO. "Tuta verde, dove vai? Forse ancora non lo sai / C'è silenzio tutto intorno, s'è fermato l'altoforno!". "Tuta verde" alla Lucchini di Piombino la conoscono tutti, e non solo perché il motivo ricorda l'ironia di Enzo Jannacci o di Rino Gaetano. Lui, però, l'autore, Michele Carusi, in arte Pennetta, non si monta la testa, forse perché, come dice un'altra delle sue canzoni, la sveglia suona alle 4.

E gli ricorda che, sarà pure un bel guaio, ma, al momento, di mestiere lui fa l'operaio. Cantautore per vocazione, Pennetta impazza in rete con i suoi pezzi ispirati alla vita di fabbrica. «Sono un autodidatta - si schermisce - il più umile dei dilettanti, professionista in niente, ma che si arrangia in tutto. Registro i miei pezzi con un semplice pc, un microfono e un programma da pochi euro, e lo stesso vale per i video. L'importante è far passare il messaggio e i messaggi passano più velocemente attraverso le canzoni». Ha 41 anni, Michele "Pennetta" Carusi: da sei è sposato con Monica e insieme vivono a Bagno di Gavorrano. Non hanno figli. Titolo di studio: terza media. Hobby: «rilasciare interviste». 

Innanzitutto: perché Pennetta? «Insieme alla pizza le pennette al pomodoro sono da sempre il mio piatto preferito e così un giorno Pasquale Mascia, amico antennista di Piombino, s'inventa questo soprannome».

Da dove parte la storia artistica di Pennetta? «A diciotto anni comincio a cantare e a strimpellare la chitarra. All'inizio imito Adriano Celentano: "Il ragazzo della via Gluck" è il mio cavallo di battaglia. Poi suono e canto un po' di tutto, dal liscio al rock al canto popolare, ma la mia grande passione sono gli spettacoli di arte varia. Così nel '90 entro nel gruppo Antinoia, una ventina di ragazzi uniti dal canto e dal ballo». 

E poi cosa succede?
«Nel 1996 insieme al mio amico-quasi-fratello Massimo Sampieri, fondiamo l'Arci Music, una scuola di musica dove insegno quel che ho imparato da autodidatta. Contemporaneamente io e Massimo diamo vita alla prima edizione dell'Arci Festival, concorso canoro per dilettanti. Andiamo avanti per tre anni. Nel frattempo con altri amici faccio nascere un altro gruppo, "O' famo strano". Facevamo un misto tra teatro e cabaret, con canzoni, balli, parodie comiche di film famosi, con qualche proposta di testi inediti, dei quali sono, nella maggior parte dei casi, autore e interprete». 

L'atto di nascita del Pennetta cantautore?
«Seguendo le orme del mio babbo, fin da piccolo ho coltivato la passione di mettere in rima, sotto forma di parodia, vicende, personaggi o fatti strani attorno a me. Così, una volta imparata a suonare la chitarra, quelle che prima erano poesie sono diventate canzoni».  

Andiamo avanti. Dopo gli "O' famo strano" arriva un altro gruppo...
«Sì, nel 2001. Mi ritrovo a cantare in inglese nella band "I Dolci di Beppe", un nome venuto fuori dalla storpiatura di quello dei famosi Red Hot Chili Peppers. Le lingue straniere, però, mi creano qualche difficoltà e allora decido di tornare alle origini. E insieme a Tiziano Barbieri fondo gli "Avalon", un duo chitarra e voce. Cantiamo pezzi nostri, che, pur abbracciando un po' tutti i generi di musica, si avvicinano molto allo stile da cantastorie». 

Musica e spettacolo però non erano già allora l'unica sua attività.
«All'epoca infatti facevo l'antennista. Nel 2003 entro però in Lucchini come operaio e mi accorgo subito che lì materiale per le canzoni posso averne in abbondanza. Non a caso, trascorre solo un anno ed ecco che nasce "La marcetta dell'acciaieria", che è un po' il nostro inno, anche come suoneria per cellulari. Poco dopo arriva "Che bel guaio, faccio l'operaio", che tra i miei brani è quello che considero senza dubbio il più geniale». 

E infatti lo utilizza per tentare il grande salto.
«Io e un mio collega lo presentiamo alle selezioni della "Corrida". Non veniamo scelti. E' un peccato: quel brano su YouTube tocca quasi le 6000 visualizzazioni».  

Insomma, i suoi fans più numerosi sono proprio le persone che lavorano con lei in fabbrica.

«Diciamo che mi diverte molto mettere in musica e parole tutto quello con cui sono costretto a vivere quotidianamente. Tutto questo però ha fatto scaturire da parte dei miei colleghi un apprezzamento che trovo straordinario. Più che fans, gli altri operai sono veri complici. E' fantastico sentir cantare le tue canzoni durante il turno, o meglio ancora, sentire alcuni dei tuoi versi utilizzati come slogan ricorrenti».  

Ma lei scrive solo canzoni diciamo così, impegnate?

«In realtà la cosa che mi emoziona di più è scrivere canzoni per bambini. Da sette anni collaboro con "Il Tetto Vagabondo", un asilo nido per il quale ho scritto circa 70 canzoni. Tutti noi dovremmo prendere esempio dai più piccoli. Ancora per i bambini ho collaborato alla produzione di un Cd che invita all'arte del riciclaggio e della raccolta differenziata». 

Cos'è per lei la musica?
«Ho imparato molto attraverso la musica e forse è proprio il tipo di musica che ho ascoltato fin da piccolo a formare il mio carattere. Mi piacciono le denunce ambientali di Celentano, i monologhi di Giorgio Gaber, la poesia di Fabrizio De André e Roberto Vecchioni, la loro capacità di riuscire a parlare, sorridendo, perfino della morte. Che poi è una cosa che in fondo faccio anch'io quando parlo di cassa integrazione».  

Come vede l'attuale situazione della fabbrica piombinese?
«Senz'altro non è delle più rassicuranti, come del resto succede altrove. Se da una parte si parla di ripresa, dall'altra si sente parlare di chiusura, di smantellamenti. E noi che stiamo nel mezzo non possiamo fare altro che osservare il tira e molla di capitalisti e "banche assassine", che sembrano divertirsi a giocare col nostro futuro». 

Pensa mai a un'altra Piombino, semmai orientata al turismo? «Le carte in regola ci sarebbero tutte. Io stesso ho scoperto Piombino non molto tempo fa ed è bellissima. L'avevo sempre immaginata grigia, triste, e invece, non appena il fumo delle ciminiere si dirada, viene fuori tutto il suo pregio naturale e storico. Cambiare radicalmente la cultura di un luogo però non è semplice. Ma senz'altro vedo per Piombino un futuro senza fabbrica, con una secolare quercia al posto dell'altoforno».  

Progetti per il futuro?
«Non so, sono uno che improvvisa in base a quello che succede al momento. Diciamo che è da un pezzo che non salgo su un palcoscenico. Se lo faccio però devo farlo a modo mio e quando faccio a modo mio, poi alla fine c'è sempre qualcuno che... Comunque non si sa mai!».

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di Redazione web