Il dolore
Sul corso prevale la voglia di alternative
Francesca Lenzi
◗
Lami e Francini che fanno lo sciopero della fame e altre immagini del corteo La fabbrica non attrae più, tanti pensano alla soluzione turismo
3 MINUTI DI LETTURA
PIOMBINO. Crisi della fabbrica che investe tutta la città e turismo come unica alternativa, anche se fuori tempo massimo. Questi i giudizi principali raccolti ieri in una serie di mini interviste fra i piombinesi in corso Italia. Nel giorno del corteo dei lavoratori Lucchini emerge la preoccupazione ma anche un senso di rassegnazione. «Non cominciano senz'altro ora i problemi - afferma Maurizio Cintoi, 70 anni, pensionato delle acciaierie - Si vede che siamo arrivati al dunque. Se la fabbrica chiudesse sarebbe un disastro per tutti. L'unica, se non vogliamo diventare un paesino senza giovani, è puntare sul turismo, e in questo i politici non dovrebbero avere posizioni reazionarie. Se fai venire gente coi soldi, stai sicuro che i soldi arrivano. Certo occorrono le attrezzature, non bastano due bungalow». Sulla stessa lunghezza d'onda sono Michele e Matteo Sparapani, 37 e 27 anni, della pizzeria Italia: «In 30 anni gli operai dentro le acciaierie sono scesi da 10.000 a 2.500. Qualcosa vorrà dire - sostiene Michele - La città oggi si sente meno partecipe rispetto a prima, anche se i piombinesi ci sono, e pure noi abbiamo degli amici alla Lucchini. Si spera trovino una soluzione. A ogni modo la reazione deve partire subito: pensiamo al turismo. La mentalità dello stabilimento deve finire, e lasciare posto alla valorizzazione turistica come reale alternativa economica». «Al turismo ci si doveva puntare 30 anni fa - ribatte Alberto Pachi, negoziante di 64 anni - Già allora c'era stato un calo di competitività siderurgica. Purtroppo la situazione è grave, e compromette tutta la città, anche il commercio, che già è fermo». A essere chiamato in causa è anche l'atteggiamento di fronte alla crisi. «Prima si lottava di più - dice Paola Anastasia, pensionata 69enne - Mio marito era operaio, io ho lavorato nella scuola, e abbiamo combattuto per i nostri diritti. I giovani di oggi stanno perdendo quello che noi abbiamo lasciato. Tutto quello per cui abbiamo lottato dov'è finito?». A lanciare un'esortazione è pure Elena Danti, 35 anni, responsabile della libreria Coop di Piombino: «Credo si potrebbe fare di più. Ok le manifestazioni, ma occorre attirare maggiormente l'attenzione sulla nostra fabbrica: perché non siamo in televisione come Mirafiori? Eppure la nostra realtà non è meno importante. Detto questo, solidarietà agli operai. Piombino si basa sull'industria; se non c'è si ferma tutta l'economia». È ancora il turismo però l'alternativa chiamata a gran voce. «Dovevamo però pensarci anni fa - spiega Michela Quochi, impiegata 36enne - La chiusura della fabbrica oggi significherebbe tanta gente senza lavoro. Certo che guardando le potenzialità turistiche di Piombino viene da dire che non ci s'è capito proprio nulla». C'è chi pensa tuttavia che la città non possa fare a meno della fabbrica, come Giulia Campani, barista di 30 anni: «Non abbiamo al momento una concreta alternativa economica». Dello stesso tenore l'opinione di un giovanissimo, Dario, 15 anni, studente, figlio di un operaio della Lucchini: «Non vedo nel turismo una valida possibilità. Se chiude lo stabilimento l'economia precipita. Non solo quella piombinese ma dell'intera provincia. Si dovrebbe capire che dietro un operaio c'è una famiglia e un intero territorio. Al corteo ho visto poca affluenza, quando invece tutti i piombinesi dovrebbero scendere in campo».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
