Il dolore
Lucchini, si gioca l'ultima chance
Giorgio Pasquinucci
Il Gruppo in sciopero per spingere le banche a un accordo entro venerdì
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PIOMBINO. Cinque giorni per trovare un accordo con le banche che riporti in Lucchini le condizioni minime per andare avanti, affontare i problemi di liquidità ed aprire le porte ad un eventuale acquirente. L'ultimatum del sottosegretario Stefano Saglia scade venerdì prossimo. Neppure durante l'incontro a Roma di martedì scorso è stato chiaramente detto, ma è evidente che l'ipotesi più vicina è una: se l'accordo non venisse trovato, per la Lucchini scatterebbe l'amministrazione straordinaria. Un commissario nominato dal governo avrebbe pieni poteri nel tentativo di salvare l'azienda, compreso quello di "congelare" per due anni il debito nei confronti delle banche e delle imprese che in questi mesi hanno continuato a prestare servizi allo stabilimento. In questa situazione il sindacato ha deciso di proclamare uno sciopero del Gruppo. Domani incroceranno le braccia i lavoratori di Piombino, Trieste, Condove, Lecco e Bari. Forze politiche e associazioni di categoria sono state invitate all'assemblea che si svolgerà davanti alla portineria della fabbrica alle 9. «Tutti gli istituti di credito - sostiene il segretario della Fiom Luciano Gabrielli - devono raggiungere una volontà comune per dare sostegno al piano industriale della Lucchini, un'azienda di fatto rimasta orfana del suo azionista di riferimento. Ottenere il miglior accordo possibile con le banche e dare respiro all'azienda è la condizione essenziale per poi concretizzare la vendita». L'amministrazione straordinaria, per quanto preoccupi il sindacato, sarebbe solo il primo tentativo di risolvere la situazione. L'altro passo potrebbe essere l'apertura di un concordato. Non solo congelamento, dunque, ma riconoscimento di una parte del debito con banche e fornitori. Un percorso che le banche dovrebbero avere tutto l'interesse ad evitare e che, come sostiene Gabrielli «avrebbe ripercussioni disastrose per le imprese». Ammonterebbe già ad almeno 110 milioni, infatti, l'insolvenza della Lucchini nei confronti dell'indotto. È anche per queste ragioni che negli stessi ambienti aziendali circola ottimismo sulla possibilità di raggiungere un accordo entro venerdì. La generalità della banche, rappresentate nell'incontro al ministero dall'advisor Rotschild, sembra pronta a firmare l'intesa, per la quale però occorre l'unanimità. Le resistenze stanno venendo da due istituti, uno francese ed uno italiano. Essenziale in queste ore è dunque l'azione che eserciteranno gli advisor (Rotschild e Lazard per la Lucchini) e le pressioni che metterà in campo il governo. L'amministrazione straordinaria significherebbe anche mantenere la funzionalità dello stabilimento al minimo vitale: acquisto delle materie prime, pagamento dei dipendenti e dei fornitori. Difficile ipotizzare investimenti, a cominciare da quello dell'altoforno. Al contrario l'accordo sbloccherebbe il prestito ponte di 80 milioni e darebbe il via libera alla cessione di Ascometal, per la quale c'è un'offerta di 300 milioni del fondo Apollo. A questo punto l'obiettivo si sposterebbe sulla vendita. «Si aprirebbe subito una vertenza - afferma Luciano Gabrielli - non solo sul piano industriale della Lucchini, ma per la difesa dell'intero polo siderurgico, comprese Magona e Dalmine. Per Lucchini ovviamente l'obiettivo principale è il mantenimento del ciclo integrale e dello sviluppo delle produzioni a maggiore valore aggiunto, compresa la produzione di acciai piatti da laminazione». Chi potrebbe essere interessato all'acquisto? L'accordo potrebbe rimettere in gioco tutti gli scenari, risvegliare l'interesse di grandi gruppi (finora forse più interessati all'eventuale fallimento Lucchini anziché al suo acquisto) o quello di Beltrame, di cui si è tanto parlato, che potrebbe anche essere interessato, viste le capacità di laminazione delle sue aziende, a mantenere in piedi l'altoforno.
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