Sicurezza
All'Asa però il privato resterà
◗
Il presidente del comitato di vigilanza dellAsa Baldassarri alla festa della vittoria del Sì Il presidente Baldassarri: «Ecco perché ho votato Sì»
3 MINUTI DI LETTURA
PIOMBINO. Il significato del referendum sulla acqua è soprattuto politico. Nulla infatti cambierà in Asa per effetto del referendum che ha abolito la norma delle legge Ronchi che obbligava i Comuni a bandire una gara pubblica per affidare il 40% della società di gestione al privato. Diversa conseguenza potrà avere invece il socondo, con il quale è stata abrogata la norma che garantiva al privato una renunerazione non inferiore al 7% sul capitale investito. Ad aiutarci a chiarire la nuova situazione è Fabio Baldassarri, piombinese e presidente del comitato di vigilanza dell'Asa, che in tempi non sospetti - quasi due mesi fa - in una lettera pubblicata dal nostro giornale aveva dichiarato che, al di là delle posizioni che avrebbe preso il suo partito (il Pd), avrebbe votato Sì ai referendum sull'acqua. «Il rapporto tra pubblico è privato non cambierà - sostiene Baldassarri - L'ingresso dei privati nell'Asa, oggi al 40%, è stato fatto prima della legge Ronchi, utilizzando le norme già in vigore con la legge Galli». Oggi è l'Iren, società quotata in borsa, a detenere il 40% delle azioni di Asa. «Secondo le norme della legge Ronchi - spiega Baldassarri - trattandosi di una società quotata in borsa, i Comuni sarebbero stato obligati a cedere addirittuta il 70% delle azioni al privato. Cosa che avrebbe provocato uno sconquasso sia per l'Iren che per l'Asa. I Comuni, obbligati a cederle, avrebbero inoltre visto svalorizzate le proprie azioni». «Quella sul referendum è stata una discussione in realtà molto ideologica. Gli elettori non sono stati chiamati a scegliere tra acqua pubblica ed acqua privata, bensì l'obbligo di una gara per consentire l'ingresso dei privati. Non si capisce perché - è qui Baldasarri spiega le ragioni del suo Sì - un Comune della Valtellina o dell'Alto Adige che con l'acqua può guadagnare, sia obbligato a lasciare spazio ai privati. Diversa è invece la scelta di farlo, soprattuto là dove - come da noi - i costi degli investimenti sono alti». Non ha avuto dubbi, Baldassarri, neppure sul secondo referendum. «Assicurare una remunerazione fissa del capitale investito non è neppure da un'economia liberale. In realtà quel 7% garantito non è altro che l'interesse che il privato paga alle banche per fare gli investimenti. Non sia capisce più, dunque, perché non sia diretamente il gestore pubblico a ricorrere alle banche». Il referendum, tuttavia, non ha cancellato la remunerazione per il privato, che ora può essere liberamente fissata sopra o sotto la soglia del 7% nei rapporti societari. Dopo i referendum secondo Baldassari qualcosa dovrà cambiare nella legge. «L'acqua è di fatto un monopolio pubblico locale. In questo modo, se ad esempio Livorno che ne ha meno prende acqua da Lucca la deve pagare gravando sulle tariffe. Sarebbe molto più giusto ed opportuno che l'acqua venisse considerata un bene demaniale nazionale o quanto meno regionale. In questa direzione in Toscana si sta già marciando, intanto con l'ipotesi di passare da sei Ato (Ambiti territoriali di bacino) ad uno solo per tutta la Regione». G.P.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
