Il Tirreno

Crisi dietro le sbarre Manca lavoro e in carcere aumenta la povertà

Il carcere di Porto Azzurro
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Il carcere di Porto Azzurro

Non ci sono soldi neppure per generi di prima necessità Così diminuiscono anche le condizioni di sicurezza

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  PORTO AZZURRO. In passato una realtà florida, grazie alle sue strutture e alla possibilità di riabilitarsi con il lavoro. Ma negli anni la situazione è mutata a causa della mancanza di fondi e di manutenzioni adeguate ai macchinari. E la maggioranza delle lavorazioni non esiste più. Il carcere di Porto Azzurro, il primo ad avere un proprio giornale in Italia, La Grande Promessa (realizzato dal 1951 al 2000), oggi appare più come una promessa non mantenuta.  Con la chiusura delle lavorazioni la situazione a Porto Azzurro, al pari di ciò che accade in altre carceri italiane, è diventata drammatica. E' quanto emerso nel corso del convegno organizzato a Portoferraio dall'associazione Dialogo in collaborazione con il Comune di Portoferraio e la partecipazione di Licia Baldi presidente dell'associazione Dialogo, Claudio Messina, responsabile della San Vincenzo De Paoli, Marco Solimano, garante dei diritti della persona privata della libertà per il Comune di Livorno e Giuseppina Canu, dirigente dell'area rieducativa-trattamentale di Porto Azzurro.  Gli esperti presenti hanno confermato che la percentuale di detenuti che hanno la possibilità di svolgere un lavoro è pari al 10-15% dei reclusi. E senza lavoro per molti non c'è alcuna possibilità di guadagno. Così alla mancanza di libertà si aggiunge una generale condizione di povertà. «Tenendo conto di una percentuale del 40% di detenuti stranieri - spiega Giuseppina Canu - che non possono farsi mandare dall'esterno nemmeno il minimo indispensabile, si capisce bene come la situazione sia diventata gravissima». Ci sono ad esempio detenuti che non hanno la disponibilità nemmeno per fare una telefonata a casa o di acquistare prodotti per l'igiene «cose che dovrebbe fornire l'amministrazione penitenziaria - è stato rimarcato durante il convegno - e questo non è un aspetto irrilevante, perché mette in grossa difficoltà gli operatori penitenziari». La dimostrazione sono, del resto, le proteste ma anche le aggressioni o i tentativi di aggressione agli agenti in servizio a Porto Azzurro. L'associazione Dialogo cerca di venire incontro anche alle diverse esigenze ma non sempre è possibile farlo.  Nelle file dei detenuti c'è fortunatamente anche chi riesce a lavorare come Giacomo. «Da quattro anni lavoro all'esterno - racconta - dopo aver preso la maturità scientifica. Dopo mi è stata data la possibilità di uscire fuori a lavorare in articolo 21 e ora in semilibertà. La scuola in carcere è tutto. Aiuta a confrontarsi tutti i giorni con persone che vengono dall'esterno e non sempre con agenti che fanno il proprio lavoro. Dentro, nonostante ci sia tanta gente che ha sbagliato, c'è molta sofferenza. Credo che sia indispensabile offrire una possibilità di lavoro, l'occasione di ricevere un sorriso o di fare una chiacchierata, c'è bisogno di confrontarsi con l'esterno e la scuola è la cosa primaria».

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