Il Tirreno

Storie dure che tutti ora vogliono dimenticare

Kwame Dan, arrivato su un barcone con altri 300
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Kwame Dan, arrivato su un barcone con altri 300

Sul corpo di un ragazzo i segni di pallottole. Cercano protezione e futuro

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 PIOMBINO. Alcuni sono fuggiti da persecuzioni, altri mandati via - in malo modo - dalla Libia, dove hanno lavorato fino all'esplosione della guerra. Ma i profughi di Franciana non hanno voglia di parlare del proprio passato.  «E' una lunga storia». Kwame Dan, un ragazzo ghanese di 25 anni, risponde con un sorriso misterioso quando gli viene chiesto perchè ha lasciato il suo paese di origine.  La sua famiglia è ancora in Ghana. Lui si è imbarcato con altri 360 profughi su un barcone salpato dalla Libia.  Il centro di accoglienza di Foggia è un'esperienza da dimenticare in fretta. «Ora siamo in Italia - dice Kwame, spiegando le sue aspettative per il futuro - cerco protezione, ma domani non so dove sarò». In pochi attimi si forma attorno a lui un gruppetto. Almeno 5-6 ragazzi più o meno della stessa età. Tutti ghanesi, per carattere quelli più espansivi. Dicono di essere contenti del trattamento ricevuto in Italia. Poi si mettono a elencare i paesi africani rappresentati nella scuola di Franciana. Poco più in là, seduto sulle scale all'ingresso della scuola, un altro ragazzo alza la voce quando sente pronunciare il nome del suo paese. Il tono è un po' brusco. Ma quando capiscono di finire sul giornale, i ghanesi esplodono in una risata generale.  Uno dei profughi resta in disparte, vicino alla rete di recinzione del complesso scolastico. Ha il fisico più esile degli altri compagni. Lo sguardo spento con una papala che gli nasconde i capelli. Quando si alza la maglietta fa vedere, sul fianco, una vecchia, estesa, ferita da arma da fuoco. «Bullets, bullets», ripete più volte, mentre invita a toccare il fianco segnato dalle cicatrici. Il termine inglese vuol dire pallottola. Due nocciolini, conficcati tra le costole del ragazzo - di nome fa Evans - si distinguono chiaramente con un dito. Non spiega come, nel suo passato, si sia procurato quella ferita.  «Sono malato, non ho famiglia», dice Evans. Suona come una richiesta di aiuto.  Le associazioni e Asl conoscono già le condizioni del ragazzo che, avvicinandosi, chiede una sigaretta. Si deve accontentare, si fa per dire, di un sigaro che prende e si mette in tasca. Basta questo per insospettire un altro profugo che prende la palla al balzo e si fa portavoce del gruppo. Così quella delle sigarette diventa una richiesta ufficiale dei profughi che, poco prima, hanno chiesto delle schede telefoniche. Vogliono chiamare le famiglie. Dire ai parenti che stanno bene e sono arrivati a Piombino. (l.c.)

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