Il Tirreno

Hanno in comune l’esperienza della guerra libica, ma alcuni chiedono il Vangelo altri il Corano

Profughi, convivenza difficile

Luca Centini
I 40 profughi africani riuniti nella sala mensa della scuola di Franciana
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I 40 profughi africani riuniti nella sala mensa della scuola di Franciana

Paesi e religioni diverse dividono gli ospiti di Franciana

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 PIOMBINO. Sono arrivati martedì notte. Oltre 600 km in bus da Foggia, dove hanno trascorso un mesetto nel centro di accoglienza per richiedenti asilo. Ad aprile erano saliti su un barcone partito dalle coste della Libia, sfidando il mare stipati come sardine. Alle 10,30 i 40 profughi, uomini provenienti dall'Africa sub-sahariana, sono riuniti nello spiazzo esterno della scuola di Franciana.  La prima notte è scivolata via velocemente. Ora parlottano tra loro, separati in gruppetti. Chiedono informazioni ai responsabili del Comune, Asl e delle associazioni che hanno organizzato le operazioni di accoglienza.  Basta poco per rendersi conto che, rispetto agli arrivi dei migranti tunisini dello scorso aprile, l'accoglienza del gruppo di profughi rischia di essere più complicata. I problemi sono legati alle diverse nazionalità dei quaranta africani. La maggior parte di loro viene da Burkina Faso e Costa d'Avorio. Altri dal Ghana e Nigeria, un ragazzo è originario del Camerun. Sono paesi compresi nella stessa fascia di Africa occidentale. Il più delle volte ostili tra loro, diversi per cultura e religione. Per comodità le associazioni chiedono al gruppo di designare un "responsabile di campo". Ma trovare una sintesi si rivela presto impossibile. Il potere del responsabile, di nazionalità diversa, non sarebbe riconosciuto. Meglio - propongono i profughi - stabilire un capo per ogni nazionalità.  Le differenze sono tante, basta poco per capirlo. Su quaranta ragazzi, trenta sono musulmani. Dieci i cattolici. La religione, pur non essendo un motivo di divisione, è sicuramente un tratto distintivo. Alcuni profughi hanno chiesto copie del Vangelo in inglese e francese, altri il Corano. Nelle aule dell'ex scuola, allestite come camere dal letto, i ragazzi tendono a dividersi in base alla nazionalità.  Tornare in Libia, dove molti di loro lavoravano, significherebbe mettere a rischio la propria vita. La guerra li ha travolti, li ha spinti a forza su un barcone assieme a oltre 300 compagni d'avventura. I viaggi sono forse il prezzo stabilito da Gheddafi, imposto all'occidente come una vendetta per i bombardamenti subiti.  «Non si conoscono tra loro - dice Maurilio Campani, responsabile dell'associazione Gaibila - ci vorrà qualche giorno per farli andare d'accordo». Anche per questo le associazioni garantiranno una presenza costante, con almeno due persone fisse nella struttura di Franciana. L'assessore Tempestini, con il personale delle associazioni del coordinamento cooperazione internazionale della Val di Cornia, Asl e dei servizi sociali del Comune, riunisce i ragazzi nel lungo tavolo sistemato nel corridoio della scuola, trasformato per l'occasione in sala da pranzo. «Chiediamo la vostra collaborazione - cerca di spiegare l'assessore alle politiche sociali Anna Tempestini - non è stato semplice organizzare tutto in poco tempo. Stiamo lavorando per capire al meglio le vostre esigenze, per darvi una mano». Accanto a lei Majid, il mediatore linguistico di Samarcanda traduce in francese a uno dei profughi che, a sua volta, si fa capire dagli altri compagni. Ma nella stanza un filo di tensione resta costante, ciascun gruppetto confabula per conto proprio. «Quando potremo uscire, muoverci da qua?», chiede un ghanese. Fisico da giocatore di basket, non si è ancora tolto il pigiama. «Non prima di venerdì pomeriggio - risponde l'assessore - quando saranno completati i controlli medici e Asl vi avrà vaccinato».  Per i 40 ragazzi sono già avviate le procedure per le richieste di asilo politico, e, a Foggia, effettuate le prime, sommmarie, visite mediche.  

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