A due anglo-fiorentini, Spranger e Ramsay, è legato lo sviluppo di una fabbrica che stava fallendo
La Magona in festa per i suoi 120 anni
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Le maestranze della Magona alla giornata della sicurezza In una mostra di fotografie storiche il cammino dell'industria e della città
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PIOMBINO. La Magona ha compiuto ieri 120 anni, festeggiati ieri mattina in coincidenza con la giornata della sicurezza. E' infatti esattamente del 28 aprile del 1891 - come ha ricordato l'ad Leandro Nanniperi - l'atto notarile con il quel fu formalizzato il passaggio delle società siderurgica ai due anglo-fiorentini Robert W. Spanger e John H. Ramsay, in realtà due artiti spinti in Tosacana dalla passione per la pittura. Lo sviluppo che la Magona ebbe negli anni successivi si deve però molto ad una altro personaggio, molto spesso dimenticato, l'ingegner Guido Dainelli, a quell'epoca uno dei maggior conoscitori italiani di siderurgia. Fu probabilmente proprio Dainelli a convincere i soci a sostenere un piano di sviluppo che portò, pochi anni dopo, all'attivazione di di una nuova acciaeria Martin-Siemens, investimento che si rivelò fondamentale. La Magona d'Italia segna al tempo stesso la nascita dell'industria e della città. In realtà lo stabilimento era nato molti anni prima, nel maggio del 1865, quando Piombino era ancora un piccolo borgo racchiuso dentro le mura del Rivellino. A fondarlo erano stati Alfred Novello, Alessando Gigli e August Ponsard, già direttore delle fonderie di Follonica. Il quarto socio, Jacopo Bozza, si ritirò invece dall'iniziativa poco dopo l'acquisto dei terreni, fondando per suo conto "La Perseveranza" che in seguito creò non pochi problemi di concorrenza alla Magona. Novello, che aveva a lungo collaborato con il suo inventore, portò in Magona il primo convertitore Bessemer, il meglio a quel tempo disponibile in siderurgia. Alti costi delle materie prime e concorrenza costrinsero tuttavia la società a dichiare fallimento. Lo stabilimento rimase per 23 anni chiuso, come ha ricordato ieri Nanniperi, finchè uno dei soci, Mario Gigliucci, non convinse Spranger e Ramsay ad entrare nell'impresa, trascinandosi dietro la "crema" della comunità anglo-fiorentina. Anni di sviluppo cui seguirono crisi. La più acuta, che segno profondamente la città, nel 1953, quando l'azienda decise un profonda ristrutturazione chiudendo l'area a caldo. All'occupazione della fabbrica seguì la serrata dell'azienda, che riaprì con un forte ridimensionamento. Una storia, quella della Magona, che ha accompagnato a lungo la vita sociale della città. Un "paternalismo" di stampo anglosassone che portò alla costruzione di spacci, mense, asili, impianti sportivi e case per i lavoratori. Di tutto questo c'è traccia una bella mostra fotografica inaugurata ieri in fabbrica che sarà ripetuta a giugno al Castello. G.P.
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