Il Tirreno

Mobilità e pensione, un'altra beffa

Lavoratori Lucchini a una manifestazione sindacale
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Lavoratori Lucchini a una manifestazione sindacale

Spostati i termini: lavoratori per un anno scoperti da sostegni economici

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PIOMBINO. Il governo ha spostato il traguardo della pensione un anno più avanti: da fine 2010 si va a riposo dopo un anno dalla maturazione del requisito. E così tutti quelli che avevano calcolato di andare in pensione direttamente dalla mobilità, utilizzando questo ammortizzatore sociale come scivolo verso la pensione, sono rimasti beffati.  Quando scadrà la mobilità, per loro non comincerà la pensione e per un anno resteranno scoperti da qualsiasi sostegno economico. Un problema che quest'anno interesserà venti lavoratori usciti dalle aziende della componistica auto livornese ma che nell'arco di tre anni ne coinvolgerà un centinaio in Provincia.

A Piombino, tra il 2011 e il 2013, potrebbero essere 25 i lavoratori di Dalmine, Magona e Lucchini a restare scoperti.  «Sono lavoratori che, per un anno, non avranno un euro: resteranno senza assegno di mobilità e senza pensione. E menomale che il governo aveva assicurato che, in questa crisi, non avrebbe lasciato a terra nessuno» attacca Enrico Pedini, sindacalista della Fiom Cgil. A Piombino i lavoratori lasciati a piedi per un anno sono quelli che hanno firmato un accordo di mobilità prima del 30 aprile scorso, con l'obiettivo di usufruire dell'ammortizzatore sociale e, una volta maturati i requisiti, andare in pensione. 

«Il governo aveva assicurato che avrebbe allungato la mobilità a questi lavoratori per consentire loro di arrivare alla pensione, ma non l'ha fatto» dice ancora Pedini.  In Italia il problema riguarda infatti 45mila lavoratori. Il Governo a dicembre ha emesso un provvedimento per rimediare, ma Inps sostiene che ad oggi in Italia solo 10mila i lavoratori potranno andare subito in pensione. «E' un ingiustizia - spiega il segretario provinciale Fiom, Luciano Gabrielli - circa 25 lavoratori dovranno comunque presentare domanda quando avranno maturato i requisiti, sperando solo di far parte dei 10mila lavoratori coperti da Inps». 

Una possibile soluzione poteva essere quella di approfittare della legge sul lavoro usurante che - per il lavoro a catena - consente di andare in pensione con tre anni di anticipo. Ma a un primo esame, il decreto si è rivelato una burla. Uno dei requisiti è aver svolto almeno sette anni di lavoro usurante negli ultumi dieci. Ma i periodi di cassa integrazione non vengono riconosciuti e questo esclude gran parte dei lavoratori vittime delle crisi aziendali. Senza considerare «la complessa procedura per ottenere il riconoscimento» e «i problemi di copertura finanziaria del decreto». L'unico modo per coprire chi resterà senza pensione e senza mobilità è quello più volte utilizzato negli ultimi anni: bussare in Regione, per vedere di ottenere una cig in deroga o qualcosa di simile per il periodo che manca alla pensione.

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