Il Tirreno

La memoria dell'Afo1 scolpita per sempre dagli occhi di un laser

Giorgio Pasquinucci
In alto a destra l’altoforno 1 poco prima della demolizione, completata nel gennaio 2010
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In alto a destra l’altoforno 1 poco prima della demolizione, completata nel gennaio 2010

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 PIOMBINO. Il monumento d'acciaio non c'è più. L'altoforno numero 1 della Lucchini è stato abbattuto nel gennaio dell'anno scorso per fare posto al nuovo impianto per la ripulitura a caldo delle siviere, un'operazione che consentirà di liberare l'area di Città Futura che, quasi per ironia, ospiterà il museo del ferro e dell'acciaio. Della sua memoria rimangono nuvole di piccoli puntini neri sparati su un computer da un lettore laser a tre dimensioni, foto, documenti e testimonianze dirette di tecnici e operai della fabbrica.  Una demolizione controllata, frutto di un accordo raggiunto nell'agosto 2008 tra la Lucchini, il Comune e l'Aipai (Associazione italiana per l'archeologia industriale) e la Fondazione Ansaldo.  Si era tentato di salvare quel gigante, parte della storia dell'industria e della stessa identità della città. Per la sua conservazione si era particolarmente battuto il piombinese Ivan Tognarini, docente di storia moderna all'Università di Siena e presidente regionale dell'Aipai. Non è stato possibile. Il cattivo stato dell'impianto, fermo dai primi anni Settanta, e le esigenze di ristrutturazione della fabbrica hanno prevalso.  Questa volta però la distruzione dell'altoforno, al contrario di quanto era accaduto con gli altri due - ancora più vecchi - ha segnato il punto di partenza di un percorso di ampio respiro sul recupero e la valorizzazione della memoria industriale. Una memoria che avrà anche un suo spazio fisico, il museo del ferro e dell'acciaio a Città Futura.  Una ricerca, ancora in corso, che è stata presentata nei giorni scorsi durante un convegno nella sala consiliare. «Le difficoltà incontrate nella conservazione dell'altoforno - ha spiegato il professor Renato Covino, presidente nazionale Aipai - si sono trasformate in un'opportunità, rilanciare il progetto che riunirà documenti d'archivio, museo e percorsi di archeologia industriale in una rete regionale».  Ma come sarà possibile ricostruire le strutture tecniche e architettoniche dell'altoforno? Il professor Massimo Preite, docente di urbanistica all'Università di Firenze e vicepresidente regionale dell'Aipai, ha spiegato - utilizzando anche suggestive immagini - il lavoro di documentazione eseguito prima e durante la fase di demolizione. «La struttura era difficilmente recuperabile. Per la prima volta in Italia, per i rilievi su una struttura di così grandi dimensioni, è stata impiegata una scansione laser tridimensionale». Un piccolo apparecchio montato su un treppiedi che, punto per punto, ha fissato a 360º le strutture dell'impianto: l'altoforno, lo stock-house, i nastri di caricamento, i cowpers. L'elaborazione al computer ha fatto il resto. Ora l'intera struttura può essere vista da qualsiasi angolazione ed ulteriormente elaborata. Anche il modello dell'altoforno potrebbe essere ricostruito.  Il professor Preite ha già pronto anche il progetto di massima del museo, nell'ex capannone siviere che conserverà la sua struttura, con i caratteristici areatori sul tetto che consentivano la fuoriuscita del vapore caldo dell'acciaio fuso. Si potrà passeggiare tra i piloni che sorreggono la struttura, mentre al primo piano saranno collocati uffici e archivio. Al piano superiore il vero e proprio museo.  Ma conservare la struttura non basta. L'altoforno è anche storia di lavoro e di lotte. Per questo il professor Tognarini è impegnato nella raccolta della memoria orale, già una trentina d'interviste sono state fatte ad ex tecnici e operai. Una ricerca che scorre in parallelo con quella conservata nei documenti. Personaggi delle lotte sindacali, dell'antifascismo, della ricostruzione.  Un lavoro che si amalgama con quello del professor Angelo Nesti sulla storia dell'industria piombinese, nata alla fine dell'800, e sempre legata ai destini del Paese: sviluppo tecnico, pace, guerre, crolli finanziari, sviluppo e crisi. Jean-Marie Palayeret, direttore degli archivi storici dell'Unione europea a Firenze, ha rivelato che esistono centinaia di documenti che riguardano Piombino negli archivi Ceca. Archivi nei quali sta frugando il dottor Niccolò Tognarini, che al convegno ha presentato due spaccati della situazione dello stabilimento di Piombino fotografati dagli ispettori della Ceca nel 1953 e nel 1963, due periodi particolarmente interessanti, il primo perché corrisponde a un periodo difficile per l'occupazione dopo la serrata della Magona, il secondo che coincide con nuove prospettive di sviluppo, mai realizzate, che avrebbero fatto dell'Ilva di Piombino uno degli stabilimenti più grandi e moderni d'Europa.

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