Gioco
«La famiglia la vera rivincita sull'orrore»
Francesca Lenzi
Il racconto di Hanna, reduce di Auschwitz, agli studenti piombinesi
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PIOMBINO. «Non sono un oratore. Racconto solo la mia storia». Così ha cominciato a parlare Hanna Kugler Weiss di fronte agli studenti che hanno riempito ieri mattina il palazzetto dello sport di via Ferrer, nel primo appuntamento organizzato dal Comune di Piombino per il giorno della memoria. All'incontro hanno partecipato anche l'assessore Anna Tempestini e Catia Sonetti, direttore dell'Istoreco (Istituto Storico della Resistenza e della società contemporanea di Livorno). Hanna Kugler Weiss ha 82 anni. Quando ne aveva 16 fu deportata con la famiglia (ebraica-ungherese) nel lager di Auschwitz. Vi rimase oltre otto mesi, fino al 27 gennaio del 1945, quando il campo fu liberato dall'esercito sovietico. Hanna, il viso increspato e gli occhi luminosi, parla di quel periodo che le ha cambiato per sempre la vita. Parla con voce chiara, non tralasciando niente dell'orrore vissuto e respirato all'interno del lager. «Stretti dentro il vagone che ci portava ad Auschwitz, per passare il tempo, cantavamo - racconta mentre ricorda il viaggio durato sette giorni - Di solito si cantavano arie d'opera, ma cambiandone i versi. Li sostituivamo ironicamente con frasi che descrivessero la nostra avventura. In quella situazione erano solo due le cose da fare: piangere o ridere. Piangere non mi sarebbe servito a niente. Il sarcasmo invece mi aiutava». Hanna parla chiaramente, con lucidità, mostrando più volte la consapevolezza di essere una sopravvissuta. Nelle sue parole non c'è rabbia, ma un dolore sommesso, addolcito di tanto in tanto da un sorriso forte, frutto della volontà di tornare alla vita: «Ho tre figli e sette nipoti. La mia famiglia è la mia rivincita». Un riscatto che combatte il ricordo della fame e della sete, dell'odore dolciastro della carne bruciata nell'aria di Birkenau, della brusca selezione passata all'ingresso, dello sporco, delle grida e dell'abbaiare, della speranza negata e di quel numero tatuato sul braccio. «Ce l'ha ancora?», chiede timidamente un ragazzo nel pubblico. In risposta Hanna, alza la manica sinistra del maglione, scoprendo il tatuaggio A-5377. Questo il solo nome che aveva dentro al campo. L'unico che contava davvero. «Ricordo un giorno entrò nella baracca una dottoressa - racconta Hanna - A una giovane che chiedeva del cotone per le mestruazioni disse: "Voi non capite niente! Qui a Birkenau non esistono mestruazioni. Da qui non uscirete mai più. E se anche doveste uscire, non sarete più donne"». Hanna fa una pausa, come a riprendere fiato, poi dice con serena fierezza: «Aveva torto».
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