Italia
One Comm, condanna confermata
Giorgio Pasquinucci
Giuliano e Tavecchia dovranno pagare oltre 4 milioni; 1,6 il perito dell'ex Spi
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PIOMBINO. Con i soldi di Sviluppo Italia avrebbero dovuto produrre 30mila telefonini all'anno e impiegare 200 dipendenti, ma dopo pochi mesi di incerta attività, la One Comm chiuse i battenti, incalzata da un'indagine della guardia di finanza. E' una delle pagine più brutte del già brutto libro scritto sulla reindustrializzazione a Piombino, con molte imprese nate con i soldi dello Stato e finite nel nulla. Ora la terza sezione giurisdizionale centrale d'appello della Corte dei Conti ha chiuso quel capitolo respingendo il ricorso presentato dagli ex manager One Comm, Enrico Giuliano e Gian Andrea Tavecchia, e dal perito di Sviluppo Italia, Omero Prampolini, che era incaricato di controllare il corretto impiego dei finanziamenti. Confermata dunque la sentenza di primo grado, emessa dai giudici toscani, che aveva condannato Giuliano e Tavecchia a pagare 4.036.110 euro e Omero Prampolini 1.696.560 euro. Un danno erariale allo Stato accertato da una lunga e complessa indagine delle Fiamme Gialle. Nel 1998, infatti, la One Comm aveva presentato all'allora Spi (poi Sviluppo Italia) una richiesta di partecipazione nel capitale sociale per 7 miliardi e 400mila lire che puntualmente fu versato. Soldi che il ministero dell'Industria aveva riservato a "interventi urgenti a sostegno dell'occupazione nelle aree di crisi siderurgica". Con quei soldi Giuliani e Tavecchia aprirono la fabbrica di telefoni cellulari a Montegemoli, in un capannone tra l'altro offerto in affitto "agevolato" dal Comune di Piombino. Poco dopo la One Comm chiese ed ottenne dallo Spi un altro contributo di 3 milioni 700mila lire, passato alla verifica di una commissione tecnica di cui era coordinatore l'ingegner Prampolini. La fabbrica fu effetivamente inaugurata, suscitando tra l'altro speranze tra molti giovani che evevano presentato domanda di assunzione. Ambiziosi gli obiettivi dichiarati, che avrebbero dovuto portare la One Comm nel Pantheon dei produttori mondiali di cellulari. Ma quando nel luglio del 2000 ci mette il naso la guardia di finanza scopre che in azienda ci sono solo 15 dipendenti con problemi di stipendio, una scarsissima produzione di telefonini «limitata a pochi esemplari e per di più obsoleti». Dove erano andati a finire, dunque, i soldi dello Stato? La perizia ordinata dagli inquirenti, coordinati dal procuratore delle Corte dei Conti regionale Paolo Crea, permise di accertare che il valore dei macchinari ritrovati nella fabbrica di Montegemoli era assai inferiore a quello dichiarato dalla One Comm allo Spi per ottenere i finanziamenti. Attrezzature mai acquistate e addirittura un software costosissimo ritenuto del tutto inutile per le macchine inventariate in fabbrica. Alle prime mosse dell'indagine della guardia di finanza la One comm sparisce nel nulla. Il capannone di Montegemoli fu sequestrato, ma dentro oggetti di scarsissimo valore: gusci vuoti di telefonini e qualche scatola di accessori. Di beni personali da sequestrare a Giuliano e Tavecchia, nel corso delle indagini ne furono trovati ben pochi. Qualcosa in più a Prampolini, a cui è stato ancora una volta negato dalla Corte dei Conti lo sblocco di un conto corrente di 50mila euro. Ma poco prima del processo di primo grado era arrivata una notizia clamorosa. L'Agenzia delle Entrate aveva infatti scoperto a Vaduz, nel Liechtensten, un conto corrente di 5 milioni e mezzo intestato ad Enrico Giuliano e Gian Andrea Tavecchia. Nella causale del conto la specificazione "Partito italiani nel mondo". La politica, del resto, è un'altra inclinazione di Giuliano che, ricompare nelle elezioni politiche del 2008 tra i sostenitori del principe Emanuele Filiberto, cambiando opportunamente nome e titoli in Enrico Maria Giuseppe Giuliano, marchese di Sant'Andrea, conte del Sacro Romano Impero.
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