Il Tirreno

Contro boro e arsenico servono soldi

Giorgio Pasquinucci
Tecnici Asa al lavoro, sopra Fabio Del Nista, sotto Michele Caturegli
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Tecnici Asa al lavoro, sopra Fabio Del Nista, sotto Michele Caturegli

L'Asa pronta ad adeguarsi ai rigidi limiti europei, ma rassicura sui rischi

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 PIOMBINO. Boro, arsenico, nitrati e molto altro. Problemi che l'Asa si trova ad affrontare. E non solo in Val di Cornia, anche se qui, per le particolari conformazioni geologiche dei terreni, quella del boro è l'emergenza maggiore. E ieri l'intero stato maggiore dell'Asa (il presidente del consiglio di gestione Fabio Del Nista, il presidente del consiglio di sorveglianza Fabio Baldassarri, l'ad Ennio Trebino e il direttore Michele Caturegli) si è ritrovato nella sede di Venturina per cercare di dare una risposta a tutti gli interrogativi che sono circolati in questi giorni, dopo che l'Unione europea ha confermato la scadenza delle deroghe per arsenico (10 microgrammi/litro) e boro (1 milligrammo/litro) entro la fine del 2012.  Il problema si pone perché, pur rientrando nelle deroghe attualmente in vigore, nelle acque ad uso potabile della Val di Cornia il contenuto medio annuo di boro è di 2,8 milligrammi/litro e quello dell'arsenico di 10,5 milligrammi/litro. L'Asa è quindi perfettamente consapevole di dover fare consistenti interventi per rientare nei parametri Ue entro il 2012.  La sicurezza. Sia Baldassarri che Del Nista hanno fatto riferimento a quanto le stesse autorità sanitarie hanno riferito nel corso delle assemblee pubbliche organizzate dai Comuni. Non ci sono problemi di sicurezza all'uso potabile per gli adulti, ma è vietata la somministrazione come bibita solo ai bambini di età inferiore ai 3 anni.  Un principio di precauzione perché, come ha spiegato dati alla mano l'ingegner Caturegli, ben diversi da quelli europei sono i limiti fissati in altri Paesi. L'Organizzazione mondiale della sanità pone infatti il limite del boro a 2,4 ppm, il Canada addirittura a 5 ppm. L'Asa ha interpellato direttamente sia le autorità sanitarie canadesi che la Oms. «Il ministero della Salute del Canada - si legge nella rosposta - ha fissato il valore di 5 ppm, non con riferimento alla salute, ma in considerazione della disponibilità della tecnologia di trattamento disponibile al momento e dei suoi costi». L'Oms invece conclude che «gli studi condotti hanno evidenziato che l'acido borico e il borace non sono responsabili di mutazioni genetiche e, negli studi a lungo termine, non si è notato nemmeno un aumento dell'incidenza di tumori».  Nella girandola delle deroghe viene fuori anche una contraddizione. Mentre infatti la Ue impone il limite per il boro di 1 milligrammo/litro, fissa a 5 il limite per le acque minerali, poiché i valori di tossicità sono calcolati sulla base del presupposto che un individuo beva due litri di acqua al giorno per 70 anni, cosa teoricamente ritenuta improbabile, anche se tutti conosciamo l'ampio uso di acque minerali che si fa sulle nostre tavole.  Costi e risorse. "Non capisco ma mi adeguo", sembra essere la filosofia dell'Asa. Tuttavia (come riportiamo in dettaglio in altra parte della pagina), per adeguare l'acqua della Val di Cornia ai parametri Ue, occorrono investimenti per una ventina di milioni. Il presidente Del Nista è molto polemico: «Al tavolo del malato si sono presentati tanti sciamani e demiurghi, ma nessuno è andato a comprare le medicine». Il messaggio è diretto all'assessore regionale all'ambiente Annarita Bramerini, che ha invitato Ato e Asa ad intervenire ma in campo non ha messo un impegno finanziario della Regione. «Bisogna darsi da fare - sostiene invece Del Nista - per trovare soluzioni economicamente compatibili, perché i costi di gestione ricadono sulle tariffe». Il problema è dunque cosa si fa e con quali soldi. «Gli investimenti si fanno con le tariffe o con la fiscalità generale - ha ribadito Baldassarri - partendo dal dato che l'acqua non costa allo stesso modo nella varie zone del Paese».  Le difficoltà. L'Asa ha difficoltà ad assicurare la quantità e la qualità dell'acqua necessaria, da Livorno fino a Piombino. «Oltre il 33% dell'acqua che forniamo deve essere trattata - spiega Caturegli - e questa percentuale salirà ad oltre il 50% per adeguarsi ai nuovi limiti». Davanti ad una carta idrografica il direttore Asa mostra tutte le criticità, molte delle quali dovute al fatto che la gestione delle risorse è tutt'altro che integrata, frutto di gestioni separate dei Comuni. Dove il problema non è il boro, magari è il ferro, il calcio o qualcos'altro. Praticamente non esiste un'area gestita da Asa che non abbia un problema. In Val di Cornia il problema era stato affrontato nel 1985 dall'ex Cigri, che aveva commissionato uno studio, costato 6 miliardi, per progettare una diga sul Milia e sul Cornia che sarebbe costata 213 miliardi. Di realizzato c'è invece solo l'invaso della Gera: 600mila metri cubi ridotti a 400mila dopo l'impermeabilizzazione. Acqua destinata all'agricoltura, ma che l'Asa ha chiesto, già dal febbraio scorso, di utilizzare anche per usi potabili. Il Cigri aveva progettato anche tre invasi (sul Milia a Calzalunga, sul Massera a Molino di Balzone e Casette di Cornia). «Progetti che avevano la possibilità di ottenere un cofinanziamento europeo di 12 milioni - sostiene Caturegli - ma che non sono stati realizzati per difficoltà di carattere ambientale ed amministrativo, per cui per approvigionare gli impianti industriali è stato poi scelto il progetto del riuso delle acque dei depuratori di Venturina e San Vincenzo». La soluzione definitiva, secondo i tecnici Asa, è la "dorsale tirrenica", un'opera che consentirebbe di ricongiungere a sistema lo sfuttamento del bacino. Ma ahimé, non può arrivare prima del 2015.

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